Atti sessuali con una bambina, condanna per l’amico di famiglia

Nove anni, aveva appena nove anni quando “quell’uomo che sembrava buono, ma che buono non è” cominciò ad importunarla, parlandole di sesso, di come masturbarsi, di come provare piacere “pensando a lui”. Una storia dolorosa e imbarazzante quella che oggi si è conclusa nel primo grado di giudizio con la pesante condanna dell’imputato, Antonio Colamarino, cinquantaquattro anni di Pescocostanzo, a cinque anni di reclusione. Quasi il doppio di quanto aveva chiesto il pubblico ministero.

I giudici del collegio del tribunale di Sulmona non hanno riconosciuto all’uomo nessuna attenuante e pur assolvendolo dall’accusa di corruzione di minorenne, lo hanno ritenuto invece responsabile di atti sessuali nei confronti di minorenne. Alla reclusione, i giudici hanno aggiunto le pene accessorie: interdizione dai pubblici uffici e risarcimento della parte civile da calcolare in separato giudizio.
La storia è quella già raccontata a settembre scorso dalla vittima, oggi sedicenne residente a Sulmona, che nell’interrogatorio protetto aveva ricostruito passo passo quei due anni da incubo, vissuti tra il 2011 e il 2013.
Quando quell’uomo “che sembrava buono, ma che buono non è”, approfittando dei rapporti di amicizia con la famiglia, lui che era il compagno della migliore amica della madre, aveva cominciato ad importunarla: baci rubati, abbracci, annusamenti delle parti intime, sguardi ammiccanti e barzellette spinte “da farle vedere realmente”. E poi le ricariche telefoniche per “comprare” il suo silenzio e la “minaccia” di come quella storia, se raccontata, avrebbe fatto litigare la mamma e la sua compagna.
E invece, dopo due anni di vessazioni, di telefonate a sfondo erotico, di carezze non desiderate, la ragazza si era decisa a parlare: prima con i genitori, poi con l’amica di famiglia le cui figlie, sostiene la ragazza nel suo racconto, avrebbero a loro volta subito “cose brutte” da Colamarino e infine alla polizia di Sulmona che con pazienza ha ricostruito questo malato rapporto di amicizia e seduzione, portando l’uomo in giudizio.

“Leggeremo la sentenza e vedremo come e se proporre appello” commenta il legale dell’uomo, Mariangela Romice; “il tribunale ha creduto alla vittima – dice invece l’avvocato di parte civile, Alessandro Tucci – stabilendo che la ragazza non ha mentito”.

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