
“Una struttura societaria artificiosamente costituita e diretta da un unico centro decisionale, finalizzata all’evasione fiscale, al mancato assolvimento degli obblighi tributari, al conseguimento illecito di profitti mediante l’omessa contabilizzazione e dichiarazione di ricavi, l’indebita detrazione dell’Iva, nonché mediante la sistematica predisposizione di bilanci falsi propedeutici all’ottenimento di corposi finanziamenti pubblici”. Si legge così nell’avviso di chiusura delle indagini condotte dalla procura di Pescara che ha chiesto il processo per l’imprenditore di Castelvecchio Subequo finito agli arresti per la bancarotta fraudolenta da un milione di euro. Una richiesta di rinvio a giudizio che riguarda anche un 42enne di Torre Annunziata e due 36enni di Pompei accusati di concorso di reato.
Oggetto dell’inchiesta una società di abbigliamento costituita a Pescara nel 1992 come commercio al dettaglio fino a quando, nel 2007, aveva cambiato proprietà per poi passare, nel 2019, ai due attuali imprenditori quando uno di loro acquistò tutte le quote sociali. Si parla anche di partecipazione a fiere e mostre in Paesi extra UE tra cui Albania e Russia per la società che aprì tre negozi, uno a Borgorose (RI), uno a Scurcola Marsicana e un terzo a Rocca di Mezzo; esercizi commerciali che ebbero però vita brevissima.
Accuse solide per essere sostenute in giudizio a detta della procura che per due dei quattro imputati aveva chiesto la custodia cautelare in carcere per ottenere i domiciliari. L’udienza è fissata per il prossimo 16 dicembre.
Chiesta l’archiviazione invece per una donna di Castelvecchio Subequo inizialmente rimasta coinvolta nelle indagini con l’accusa di favoreggiamento, per aver coadiuvato il suo compaesano ad eludere le indagini. Tuttavia, dopo aver letto le memorie difensive, la procura ha deciso di stralciare la sua posizione.
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