
Sara se fosse nata e vissuta a cavallo tra il XII e l’inizio del XIV secolo avrebbe sgomitato, senza ombra di dubbio, tra le pagine del Livre de la Cité des Dames, partorito dalla penna di una delle prime scrittrici di professione del vecchio continente: Christine de Pizan. In realtà il suo nome è Cristina da Pizzano, ed è italiana, a conferma che il nostro è un popolo di poeti ma anche scrittrici. Poi, a quindici anni, viene data in sposa al segretario del re Carlo V e da lì via alla francesizzazione della sua identità. Cristina, che nasce a Venezia, dove l’editoria è storicamente roba seria, non è solo la prima donna a vivere delle fortune dell’inchiostro contenuto nel proprio calamaio. Nella sua Cité, cinta da mura in pergamena a protezione di pregiate miniature, nasce la querelle des femmes. E’ la prima donna a scrivere dell’uguaglianza di genere, per spezzare i luoghi comuni sull’inferiorità femminile. E quelle righe scritte in carolino urlano nomi di eroine, scienziate e poetesse. Donne, insomma. Non quelle concepite solo per partorire, allattare e accudire in un ciclo da ripetere costantemente per tutto il cerchio della vita. O meglio, non quell’idea travisata di donna, come semplice pezzo di carne e sfumature di eros.
Ecco, Sara sarebbe stata lì. In quei capoversi, con il suo elmo e il suo scudo. Cristina avrebbe scritto della prima capitana di un Sestiere della Giostra Cavalleresca di Sulmona, che con il suo ardire, ieri sera, ha lanciato la sfida agli altri “colleghi”, in piazza Maggiore.

Sara ha il suo di vestito, ricamato minuziosamente nella sartoria del Sestiere in via Trozzi dalle mani esperte delle sarte, attraverso le cui dita sono passati chilometri di filo e di spago negli ultimi trent’anni. E’ stato tenuto nascosto con ancor più diligenza in via Peligna, nell’ultima settimana, lontano da occhi indiscreti. E’ nero come la notte, con ricami dorati sulle braccia e un lungo mantello, scuro e vellutato. Un po’ Arya Stark, un po’ Giovanna d’Arco, con la luna che si riflette sull’armatura argentea a protezione del busto. E no, la Giostra non si tinge con il rosa stereotipato per le donne. È un colore che non compare sulle vesti indossate da Sara. Forse sulle guance, che l’imbarazzo, da buon pittore, usa come tela sulla quale pennellare qualche schizzo prima di iniziare a dipingere. Ma quello all’ombra dell’acquedotto Svevo è un palcoscenico che Sara ben conosce, seppur in altre vesti. Lei che con la Giostra ha condiviso la culla. Nata una manciata di mesi prima dell’edizione numero uno. Una vita nel Sestiere di Porta Filiamabili, tra i vicoli dall’odore antico dove è cresciuta. Poi, bacchette e tamburo in corteo, per un lunghissimo rullo conclusosi lo scorso anno con un plebiscito a suo favore per l’incoronazione a capitana gialloblù. Un cortocircuito del sistema, perché in corteo una donna alla guida del proprio Sestiere non è prevista. O non lo era ancora, fino a ieri.
Sara è la prima in qualcosa, come tante che l’hanno preceduta. C’è chi ha sfiorato il cielo, come Junko Tabei. Chi ci si è tuffato, nuotando tra le stelle, come Valentina Vladimirovna Tereškova. Sara è la dimostrazione che in un mondo dove lo svezzamento delle figlie è fatto di latte e sogni da principesse, c’è anche chi preferisce la spada allo scettro. E non perché la corona sia pesante, come cantano i Linkin Park. Per inciso, da circa un anno la band californiana ha scelto una donna, Emily Armstrong, per sovrastare l’eco che ancora riecheggia dall’aldilà dell’indimenticato Chester Benninghton. Ci riesce egregiamente, per la cronaca.
E a Sara, domenica, non le servirà alzare il palio, qualora Marco Diafaldi dovesse inanellare le botte sui mantenitori della lemniscata di piazza Maggiore. Lei, il Sestiere di Porta Filiamabili e, più in generale, tutte le donne la loro vittoria l’hanno ottenuta. Di nuovo. Sì, perché ogni giorno, ogni maledetta alba, se sei donna c’è una bracciata in più da fare per rimanere a galla; per non annegare e dire al mondo “Guardate, posso farlo anch’io”. E magari lo fa anche meglio. Provateci voi ad arrivare a podio ad ogni crepuscolo.

E non è mica facile mettersi sempre in gioco in un universo dove devi aver anche il timore di amare; o di smettere di amare. Dove un rifiuto di un abbraccio o di un bacio può costare la vita. Lo sanno, le donne. Lo sa la Valle Peligna, che quattro anni fa pianse Teodora Casasanta, uccisa assieme a suo figlio, Ludovico, da ventitré fendenti scagliati dal compagno. Quindici a lei, otto al piccolo. Affilate come lame sono anche le settanta pasticche di caffeina pura che hanno reciso il cuore di Alessia Puglielli, due anni fa. Lei la Valle l’aveva lasciata per seguirlo il cuore. Per amare Marco Giuseppe Di Marco. Poi Alessia lascia gli amici. Poi lascia i social. Poi la palestra e il suo lavoro. E, infine, lascia questo mondo, in silenzio e sola; accompagnata sottobraccio dei sensi di colpa forgiati dal senso di prevaricazione di colui che avrebbe dovuto amarla. Il compagno viene rinviato a giudizio per maltrattamenti in famiglia che avrebbero portato alla morte della ragazza. Questa l’accusa, in attesa di una sentenza e di tante risposte per la scomparsa di quella bellezza dai tratti scandinavi.
Teodora e Alessia sono i volti di un sottobosco di violenze, fisiche o verbali, denunciate e taciute in un comprensorio dove la cronaca recente ci racconta che anche un aperitivo a casa di uno zio può diventare un incubo. Perché i mostri non vivono solo nelle grotte nascoste tra le pagine dei libri, ma anche nell’appartamento di fianco al nostro. Un territorio dove centodieci, quest’anno, sono le donne prese in carico dal Centro Antiviolenza La Libellula. Quelle di Teodora e Alessia sono storie da leggere per farsi coraggio, per non essere la prossima. Per indossare un’armatura, come Sara, e battagliare contro draghi e orchi. Che sia con una spada, con una querela o con lo scudo del ddl sul femminicidio, approvato ieri, all’unanimità, in Senato tra appalusi scroscianti da destra e sinistra senza distinzioni di colori e vessilli. Donne e cavalieri allo stesso tempo. Che binomio inusuale se non sei nato nel XXI secolo.
Valerio Di Fonso
Ma questo non era un “odiatore seriale”, un “giornalista a mezzo servizio”? Un pezzo da iscrivere nell’antologia del bene comune. Pantaleo chieda scusa, se ne è capace. Grazie Valerio
Appunto…se si limitasse a scrivere articoli romantici e smielati e non facesse propaganda politica di parte sarebbe diverso…
Solo cuoricini! Si dovesse urtare la sensibilità di qualcuno che poi si arrabbia!
Complimenti!
Complimenti Sara!
Bravo Valerio!
Ottimo articolo scritto da uomo che parla di donne magnifiche ! Bello assai leggerlo! Complimenti Sara!
Che il tuo vestito “nero come la notte”, Sara, si riempia di riflesso di stelle, le stesse lumiosissime che si affacciano dai tuoi occhi, ogni volta che rivolgi al mondo il tuo sguardo.Ci riempi di orgoglio.Valerio: il peso specifico delle parole. Auspico che ti leggano soprattutto coloro che con le parole ( scollegate dal pensiero) non possono fare più di tanto.Grazie per il notevole articolo.Beatrice
C’è qualcuno nella nostra Città che riconosce in questo splendido Articolo un attacco alla propria dignità? Prima di scrivere cari Amministratori contate sino a 1000…
Articolo di spessore, espressione di cultura, sensibilità e capacità linguistica.Ad maiora Valerio, congratulazioni e auguri!
Quale miglior risposta al “quisque e populo” (come direbbe lui) nominato assessore in virtù di non meglio specificate professionalità se non quelle di ben nota fedeltà al potente di turno, grazie alla quale probabilmente è riuscito a ricoprire incarichi di natura politica??
Per fare giornalismo ci vuole formazione sensibilità coraggio cultura.
Ora i giornalisti sono diventati quasi tutti strumenti di propaganda, lobbisti o affiliati. Quando leggi certe cose con questa profondità, ti rincuori e scatta la speranza che tutto possa cambiare. Sono contento di aver letto un bell’articolo scritto con qualità da una brava persona competente.
Grazie.
E ci sta chi parla di nemici della città invece di valorizzare certi talenti che dovremmo tenerci stretti. Solo a Sulmona si possono pensare e dire cose del genere
Grazie Valerio il tuo articolo mi ha immensamente commossa. L’ho letto con il cuore in gola.
La nomina di “una capitana” nella Giostra sta suscitando tanto interesse che siamo arrivati al sociologico :un fatto normale assurto a rilevanza quasi nazionale. E pensare che sui problemi che attanagliano Sulmona condannandola a morte non vedo altrettanto interesse ne’ la volonta’ di scomodare il sociologico:eppure di motivazioni ce ne sarebbero:forse toccheremmo intoccabili che potrebbero tornarci utili:un buon tacer….
Ho riletto più volte l’articolo scritto con maestria e profonda sensibilità… complimenti Sara e bravissimo sig. Di Fonzo👏👏👏👏👏👏👏👏👏