Chiuso per noia, Flaiano al cinema

Claudio Marabini è un altro di quelli il cui nome oggi non dice purtroppo granché ai più, quando invece è stato un critico letterario alacre e prolifico. 

Oltre che sistematica, la disattenzione è ormai sistemica ed è in fondo grazie a essa che è venuto a crearsi quello strano spazio (gigante) continuamente riempito da merce per lo più audiovisiva di tipo “culturale”.

Non ad altro stiamo assistendo se non alla progressiva sostituzione delle forme dell’esperienza intellettuale con le forme della dimestichezza social: come se qualsiasi ieri fosse diventato superfluo rispetto alle immediatezze (mai complesse, mai problematiche) di un oggi rimesso alle virtù tecniche e tecnologiche che la sfera comunicazionale avidamente ingurgita e altrettanto cospicuamente ripaga e appaga.

Che vi sia in tutto questo una intenzionalità organizzata è dubbio (però comunque chissà); invece è fuori dubbio che le cose funzionino così. C’era una volta il lavoro culturale: ora siamo, bianciardianamente, a un’altra “integrazione”.

Quasi un quarto di secolo fa, nel 2001, Marabini, morto nel 2010, si provò a dare uno schema di massima su come scrivere la recensione di un libro per un giornale. 

Era un modo per riflettere su un genere critico e chiaramente quel discorso, che è stato fatto anche da altri e che quindi va inserito in una genealogia nobile, poteva valere per i libri come per ogni altro tipo di recensione (teatrale, cinematografica, musicale). La recensione come schema codificato e codificabile (sembra preistoria).

Ennio Flaiano, morto nel 1972, delle parole di Marabini avrebbe probabilmente ammessa la fondatezza, salvo dissentirne quanto a sé stesso.

Flaiano è stato anche un critico cinematografico e teatrale e adesso si può tornare a parlare del suo lavoro di recensore di film grazie a Chiuso per noia, volume curato (al solito ottimamente) da Anna Longoni per Adelphi.

Non è una raccolta di recensioni in senso stretto, se non altro perché il concetto di “senso stretto” è inapplicabile a Flaiano (la qual cosa ce lo rende ancora più caro), ma questi articoli permettono di ragionare anche sul suo modo di essere (e amleticamente non essere) recensore. 

Per Flaiano la forma recensione (la molecola di fondo dei pezzi riuniti nel volume, dal 1939 al 1970) era un formato felicemente deformabile, elastico, sempre adattabile alle aperture dettate dall’uzzolo del momento: un’osservazione sul presente, un’ipotesi sul futuro, una staffilata di critica culturale o di costume. “Il cinema (così come il teatro)” dava a Flaiano il modo per “affrontare altri argomenti”, dice Anna Longoni. Dice benissimo.

Chiuso per noia è perciò anche il catalogo sulle possibilità di una forma praticata per mestiere e con un libertà di movimento poco compatibile con gli schemi, seppur doc (Marabini).

A quella forma Flaiano sottraeva forma grazie a un’impronta personalissima. Pigiare sulla macchina da scrivere significava modellare con le dita la soffice argilla delle sue terracotte.

Un uovo che funzionava davvero se rompeva il guscio: questo era per lui la recensione.

Più che nella qualità dei giudizi critici in sé, che pure sovente non peccano di brillantezza, sta in questa briosità la qualità maggiore del Flaiano recensore. Che era e resta Flaiano: disincantato, acuto, difficile, pignolo, imprevedibile, malinconico, libero.

Simone Gambacorta

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