Ci vediamo in agosto

Esistono scelte che si trasformano in desideri solo dopo che le si è compiute. Sino a un attimo prima non si sarebbe avuta idea di quanto fosse necessario compierle, né si sarebbe potuta avere idea di quali e quanti cambiamenti avrebbero comportato in noi e nei nostri rapporti con gli altri.

Ci vediamo in agosto (a cura di Cristóbal Pera, traduzione di Bruno Arpaia, Mondadori) è un racconto postumo di Gabriel Garcia Marquez ed è una lettura che ci sentiamo di raccomandare perché vi si ritrova tutto intero l’inconfondibile sguardo sull’umano del Premio Nobel (che il breve testo abbia ricevuto un editing esteso non rileva granché). 

La storia è quella di una donna che ogni estate va ai Caraibi per portare un pensiero e una preghiera sulla tomba della madre: ma ogni volta che lo fa, ogni volta che parte da sola e si allontana dalla sua quotidianità ordinaria di moglie e di madre, le capita d’incontrare una sé stessa insospettabile e nuova. Come per magia, ogni volta entra in un rapporto radicalmente diverso con la propria femminilità e con la propria sessualità e scopre una libertà che, semplicemente, le dà vita: 

“Le ci vollero diversi giorni per prendere coscienza che i cambiamenti non erano del mondo ma di lei stessa, che era sempre andata per la vita senza guardarla, e solo quell’anno al ritorno dall’isola aveva iniziato a vederla con gli occhi della lezione appresa”.

Mentre leggiamo il libro di Marquez ci poniamo diverse domande. Dov’è che ci spingiamo a fuggire, per poter essere noi stessi? E che cosa significa poter essere noi stessi? Significa prendersi una pausa da quel che si è abitualmente? Oppure accettare di accogliere in sé l’ambiguità felice e incosciente di essere qualcuno e, al tempo stesso, qualcun altro? 

È una storia di specchi, destini, rispecchiamenti, inquietudini, questa di Marquez, ed è soprattutto una storia che parla del nostro rapporto con il vuoto e con la saturazione. Ci vediamo in agosto racconta come e quanto l’abitudine possa esasperarci senza darcelo a vedere, come possa stritolarci senza darci il tempo di accorgercene, e come anzi possa confonderci con il loto tossico di una rassicurazione mendace. Ma il punto su cui il libro ci porta a ragionare è questo: noi tendiamo a diventare vuoto, anche biologicamente, con i nostri corpi che un giorno si svuoteranno di vita. Piaccia o meno, questa spinta, questa destinazione, è la nostra grammatica più essenziale, è la natura delle cose. Sicché tutto quello che nella vita (intesa come quotidianità che si storicizza) non funziona, o che ci consegna a stati di dolore intimo, dipende più o meno sempre dalla nostra resistenza razionale a questo moto di scioglimento e di caduta. Il racconto di Marquez ha in sé questo sguardo sul vivere: abbandonare ogni forma, sfuggire a ogni forma, essere quel che ci è dato comprendere di essere o voler essere o poter essere, se e per come ci sia dato comprenderlo.

Simone Gambacorta

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