
Cinquantadue: è questo il numero da tenere a mente. Quello degli addetti del Cogesa ai servizi svolti per il Comune di Sulmona. Il numero su cui ci si gioca la parte più difficile, dal punto di vista politico e amministrativo, della partita dell’esternalizzazione, o meglio della gara d’appalto che la maggioranza Tirabassi, con otto voti su sedici, ha deciso di intraprendere per la gestione del servizio rifiuti.
Oggi nel consiglio comunale voluto dalle opposizioni, e monco delle parti della politica regionale che la partecipata la hanno gestita, sarà questo il vero punto all’ordine del giorno.
Perché l’idea di fare marcia indietro sulla gara europea non sembra essere percorribile: per impostazione politica, innanzitutto, e anche giuridica. Con la Corte dei Conti e la normativa che sul punto sono chiare: l’affidamento in house deve essere motivato da una convenienza che, al momento, non c’è, né sembra che il Cogesa sia in grado di assicurare.
Cinquantadue sono i lavoratori intorno ai quali gira la ruota della “sfortuna”: secondo il calcolo dei sindacati una ventina di loro rischiano il posto di lavoro.
Perché non c’è clausola di salvaguardia che regga se la gara sarà indirizzata a risparmiare o meglio ad equilibrare un servizio riempito di promesse e cambiali elettorali negli anni.
I lavoratori, oggi, presidieranno il Palazzo, per ribadire che loro contano, che dietro ad ogni numero c’è una famiglia, figli da crescere, pagnotte da riportare a casa.
Ma i conti non tornano e la portata del trauma dei licenziamenti, perché alla fine di questo si tratterà, dipenderà molto anche dagli indirizzi tecnici che il Comune di Sulmona darà per la gara: quali servizi vorrà, quanti addetti, quanti mezzi. Il piano industriale, insomma.
Non che una tabella riesca a risolvere la crisi della partecipata, di cui il Comune di Sulmona è maggiore azionista e che tale resterà con o senza il servizio affidato. Perché i lavoratori in esubero resteranno sul groppone della società che dovrà, causa forza maggiore, decidere su chi e per quanti far cadere la ruota.
Purtroppo questa è l’altra faccia della medaglia, quella che, alle promesse elettorali, fa corrispondere il successivo oblio: presi i voti, il cerino resta in mano agli sprovveduti che ancora credono di potersi fidare di certe persone…
negli anni passati l’attuale opposizione dov’era? cosa faceva? approvava i bilanci? non sapeva? faceva finta di non sapere? ed ora puntano il dito? mah…
caro Cogex solo per rimanere alla penultima amministrazione le ricordo il sabotaggio di Franco Gerardini.
Ma che davero!!? Tutti i comuni di fede carciofaia e similari hanno votato contro o sabotato le assemblee fino a far saltare Gerardini e parlano pure ???
e ora? quale sarà il destino?
citofonate a carciofo e carciofa e fatevi dare l’elenco di tutti gli “infilati” che poi poveracci…per avere un posto a raccogliere l’immondizia, pur con l dignità che il lavoro rappresenta, si son dovuto sobillare campagne elettorali e porta a porta deplorevoli in qualsiasi comune della provincia in qualunque schieramento politico a loro necessario volta per volta.
I grandi raccomandati e conoscenti di chi dirige il Cogesa sono già salvi…. il problema è di quelli senza “scorta”… come al solito W l’Italia… e Buon Natale
Si vadano a raccomandare di nuovo a chi gli ha dato il lavoro al cogesa lo stesso e diventato uno scambio di voti alla faccia dei cittadini che devono pagare
mah, sinceramente tutta quwsta preoccupazione io non la vedrei. nel dettahlio mi riferisco al fatto che se l’azienda dovesse assumere commesse la gente per bene, che magari con il raffreddore w’ andata a lavorare evitando certificati di una settimana e professionalmente validi non credo che se ne possano privare. dovrebbwro a mio avviso essere preoccupati chi come tali non si e’ comportato pemsando al solito carrpzzone w di aver vinto alla lotteria una volta entrati. in asm a l’aquila notizoa di questi giorni, il nuovo presidente ha sostituito il vecxhio dmedoco del lavoro e rimamdato tutti a visita e, stupore, il 90% sono risultati idonei. dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare e smettere di credere che una volta trovato il posto possiamo “pubblico” permetterci di fare come ci pare.