Con la poesia dentro la vita

Di solito le antologie di poesia (non solo quelle scolastiche) sono concepite per studio, Immortale parola invece è pensata per essere letta: è un libro di poesia fatto di poesie e messo assieme da tre curatori per i quali la poesia è semplicemente tutto: Milo De Angelis, Nicola Crocetti (il quale del volume è anche editore) e Davide Brullo. 

A voler bene a questo libro, che ripercorre “la poesia italiana dalle origini ai giorni nostri”, si impiega poco, perché qui la poesia non si dà come erudizione, ma come avvicinamento radicale ai significati del vivere: la poesia nel suo volto più puro di scoperta dello sconfinato sentimento dell’umano. 

Non esiste nulla, nello spazio che sta tra il venire al mondo e il lasciarlo, che legittimi la parola come può legittimarla la poesia. I curatori hanno questa persuasione e nessuno che sia di senno vorrà contestargliela.

De Angelis, cui è stata affidata l’introduzione (una lectio altamente fine), pone in evidenza una questione che non può che mitigare ogni soverchia fiducia nei rigori manualistici cui lo studio scolastico della storia letteraria ci ha abituati: 

“Fin dalla prima antologia della nostra storia, quella di Meleagro di Gadara, la poesia rivela il suo doppio volto: storico da una parte e assoluto dall’altra. Da una parte appartiene a un foglio preciso del calendario, che la situa esattamente in quell’epoca e in quel giorno, dall’altra appartiene a un tempo selvaggio, imprendibile, che annienta ogni cronologia per diventare pura presenza”.

Ogni antologia è un meccanismo costruito per una finalità e l’obiettivo di Immortale parola è proporre una galassia di “pura presenze” ove il lettore possa lasciar espandere il proprio rapporto con la vita. 

È un’ambizione enorme per un libro, specie per un libro come questo, che stringe in sé secoli e secoli, ma il risultato non può che dirsi centrato.

Una scelta che i curatori hanno compiuto è stata quella di fermarsi agli autori nati fino al 1925 (incluso): è un criterio che può piacere o non piacere al pari degli altri, ma un’antologia è (non può che essere) una scelta fatta di un insieme di scelte. 

Dire quel che già si sa, rassodare assetti dati, confermare un canone, non è qualcosa per cui si possa nutrire gratitudine per un lavoro antologico (come per null’altro).

Ora è chiaro che non possiamo qui ripercorrere tutte e cinquecento le pagine ed elencare gli autori e le autrici che vi sono presenti, ma quello che pare doveroso segnalare è che alla qualità della scelta dei testi si abbina quella della fattura delle schede introduttive a ciascun poeta: sono prose critico -biografiche esemplari per concisione, per sapidità (anche ironica) e per respiro. Fanno testo a sé, come il classico libro nel libro.

Leopardi, per esempio, “ha gettato la poesia nella modernità: naturalmente malcompreso nel proprio tempo, è stato il poeta più influente del Novecento”; Pascoli, invece, è stato “il poeta che, in lirica, ha fondato il nostro secolo”, mentre per D’Annunzio, “uomo antichissimo venuto dal futuro, la poesia era sostanzialmente eros”; e Pasolini, che “partecipò alla vita con intrepida totalità”, immise nelle sue Poesie a Casarsa “una innocenza così potente da pretendere di essere disfatta”.

Non resta che prendere appunti e poi, con gioia febbrile e però anche senza nessuna pietà per sé stessi, darsi alla lettura, perché la poesia è sempre una luce che strema.

Simone Gambacorta

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