Contagio fermato in “Corsa”. Le capriole della prevenzione

Tra i positivi di ieri in Valle Peligna è risultata anche la madre di un potenziale concorrente nella Corsa degli Zingari di Pacentro. A lei si è arrivati proprio grazie al figlio sottoposto a tampone (risultato dubbio) prima della competizione (come prevede la normativa) e che per quel controllo, poi, non ha più partecipato alla corsa. Se il servizio di igiene e prevenzione non lo avesse fermato, probabilmente, oggi staremmo a parlare di un altro focolaio a Pacentro, scoppiato nel corso di una manifestazione che pure è stata celebrata in assenza di pubblico per le misure anti Covid. Un episodio, solo uno dei tanti, che fa capire come nella battaglia al virus, in questa seconda fase, più della riduzione della socialità, gioca un ruolo fondamentale la prevenzione. E la prevenzione si fa con personale e tamponi, soprattutto.


La Asl ieri ha spiegato come da febbraio ad oggi nella provincia dell’Aquila siano stati eseguiti circa 35mila tamponi (che a dirla tutta non sembra un numero così alto come sostiene orgoglioso Testa): “Nella Valle Peligna, così come in altre aree – ha detto il manager Roberto Testa – c’è un livello di attenzione molto alto e un costante, serrato impiego di risorse e mezzi per contrastare la pandemia. Un impegno senza soluzione di continuità al fianco della comunità e delle istituzioni”. Cosa intenda esattamente non è chiaro: perché le risorse e i mezzi si riducono in realtà a tre medici e un’infermiera che, lode a loro, non ci dormono la notte per stare dietro alle centinaia di tamponi, ai tracciamenti da fare quotidianamente e al controllo della sorveglianza sanitaria. Da questa settimana è arrivato anche un medico e un’infermiera dall’Aquila che tre volte alla settimana daranno una mano a questi soldati in trincea, ma il personale e anche i mezzi (ieri sono finiti i tamponi, ad esempio), continuano ad essere pochi e insufficienti. Anche perché non esiste solo il Covid, o almeno non dovrebbe: le normali pratiche e servizi svolti dal dipartimento, sono di fatto congelati da quasi un mese. Per avere un’autorizzazione all’apertura di un locale pubblico, solo per fare un esempio, c’è da raccomandarsi; senza contare le vaccinazioni e tutti gli altri servizi improrogabili (come l’attestazione di morte, per fare un esempio).


La prossima settimana dovrebbe essere pubblicato un avviso per nuovo personale che, se tutto va bene, arriverà a Sulmona (chi parla di uno, chi di tre medici) ai primi di ottobre. Con l’inizio delle scuole e l’avvio della campagna di vaccinazione (mai così importante come quest’anno) il rinforzo non si rende solo utile, ma necessario e indispensabile. E anche con queste forze aggiuntive, se il contagio dovesse continuare a questi ritmi, sarà insufficiente.
La verità è che i rinforzi sarebbero dovuti arrivare a Sulmona già un mese fa, quando cioè si avvertivano i primi segnali della seconda ondata. Allora però tutti, o quasi, ritennero che la pandemia fosse controllabile: non furono sospesi gli eventi del cartellone estivo (se non a Pratola) e non venne potenziato il servizio che proprio qualche giorno prima aveva perso (perché andata in pensione) la responsabile dell’ufficio.
Ora, che i buoi a mandrie incontrollate corrono sui prati, si chiudono le stalle, anzi si chiuderanno, perché per altri venti giorni tutto resterà così com’è.
Martedì prossimo i commercianti andranno all’Aquila nella speranza di essere ricevuti dal presidente Marsilio: a ordinanza scaduta (ma prorogabile) torneranno a chiedere quello che il territorio (a partire dalla sindaca) sta chiedendo da tempo. Più che chiudere i locali e i bar, bisognerebbe aprire le stanze chiuse di un servizio (per limitarsi alla prevenzione) che fino a qualche anno fa contava un organico di undici medici. E non c’era il Covid.

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