Da attivista politico a tuttofare, la storia di Julio Pereira sfuggito al regime Maduro

Julio Pereira. Non è un calciatore né un cantante. Julio Pereira è uno dei tanti in Valle Peligna sfuggito al regime venezuelano di Maduro. Ha solo 25 anni, 26 sua moglie Deirys, 2 il piccolo Alfonso, il figlio. Quella di Julio Pereira, però, è una storia intensa e piena di fatti, complessa nel vissuto e profonda nel racconto, perché il taglio che riesce a dargli è quello di una accesa spiritualità e di una profonda fiducia nei confronti dell’umanità. Il che, per quello che ha passato, è già una grande dote. Grande oppositore di Maduro, attivista del partito politico Dialogo come anche la moglie, ad un certo punto Julio è stato costretto a migrare in Italia non tanto e non solo per la sua attività politica, tendenzialmente di destra e democratica, ma perché mancava il pane sotto i denti e non fa mistero del fatto che il suo “tozzo” lo lasciava volentieri alla moglie che ai tempi della partenza allattava. O che per un semplice taglio, e in mancanza di antibiotici che ne curassero l’infezione, stava perdendo la mano nel tempo andata in cancrena. “Ho speso tutto quello che avevo per curarmi – racconta – una sola dose di antibiotico costava quanto il mio intero stipendio. Sono rimasto senza un bolivar“. In una Venezuela in cui è sempre più difficile trovare i medicinali, se non a caro prezzo (e la Valle Peligna lo sa bene con tutte le raccolte che invia periodicamente), la vita “essenziale” è diventata per la famiglia Pereira insostenibile.

L’azione politica, addirittura, gli era quasi costata la vita, una corsa e un angolo di strada svoltato lo hanno salvato da quei fucili. Una storia lunga, nonostante l’età. “Scriverò un libro un giorno” continua raccontando fatti e menzionando nomi di parenti rimasti per sbaglio uccisi in agguati, quasi volesse che il suo libro prendesse forma al momento. Ma questo è solo un articolo, l’onore di raccontare nel dettaglio la storia spetta all’autore di questa vita vissuta con un unico grande obiettivo: la famiglia.

Così con la madre già in Italia,  Julio decide di arrivare nel Belpaese da solo, con l’idea di farsi raggiungere da moglie e figlio prima e dai fratelli Victor e Patricia con i rispettivi compagni poi. Sarà Victor a seguirlo per prima, troppo pericoloso per un uomo quel paese lì, soprattutto quando fai parte di una famiglia che porta sulle spalle una sostanziosa militanza politica. Julio arriva in Italia  il 20 marzo del 2017 in t-shirt. “A Roma stavo morendo di freddo, non avevo nient’altro con me se non una borsa con dentro poche cose”. Viene ospitato immediatamente a Case Lupi grazie ad un contatto della madre, frequenta per tre mesi un corso di italiano e inizia a cercare a lavoro. Lo trova.

L’impegno, però, è tanto. Racconta Julio le sue giornate d’estate e d’inverno, con tutte le condizioni meteorologiche possibili, in sella alla sua bicicletta attraverso la Valle Peligna. Sulmona-Corfinio-Torre de’ Nolfi-Sulmona, era il giro che faceva abitualmente. Ha lavorato nelle campagne di Prezza e di Raiano, seminato cipolle, arato terreni, colto le olive. Lavato i piatti, un tuttofare ovunque e a qualsiasi prezzo, anche non proprio edificante se non addirittura sfiorando la “schiavitù”. Ricorda, ora con lo sguardo triste, quando lavorava in uno di questi posti. Diciotto ore al giorno, mentre da busta paga ne risultavano solo 4. Trattato come non si tratta un essere umano e nemmeno un animale. Ma il suo obiettivo era lì davanti e lui determinato a raggiungerlo. Quei mille euro al mese, seppur perdendoli in dignità e salute psico-fisica, servivano a riportare tutta la sua famiglia qui. E ce l’ha fatta. Case Lupi era entusiasta in quei giorni  in cui Deirys e Alfonso sono arrivati. Per Julio, però, si preparano giorni brutti. Perde quello straccio di lavoro per uno screzio, e forse non è una sfortuna, ma le preoccupazioni economiche iniziano a farsi sentire.

Un vicino lo esorta e lo aiuta a preparare il suo curriculum, di tutto rispetto. D’altronde in Venezuela Julio aveva avviato un attività di rosticceria e pure una seconda affidata al fratello Victor. Comincia così a presentarsi in tutti i ristoranti della zona, disposto e preparato a ricoprire qualsiasi ruolo. Piace. Lo prendono. Nel frattempo anche la sua condizione in Italia si regolarizza così come quella di tutta la famiglia, da attivisti politici quali erano tutti ottengono asilo. Sua moglie e il figlio, il fratello, la sorella e le loro rispettive famiglie. Anche la mamma che un periodo viveva nell’ombra della clandestinità per paura di essere rispedita in Venezuela. 

La storia di Deirys non è da meno. Laureata in amministrazione tributaria, “è lei che porta i conti in famiglia” ridono. Oltreoceano, però, lavorava nell’azienda di famiglia dedita da generazioni alla sartoria. Fa bella mostra Deirys delle camice e delle felpe confezionate. Lei, al momento, non lavora, pensa al piccolo Alfonso in attesa che il prossimo anno possa entrare all’infanzia come tutti i bimbi della sua età. Il suo sogno, però, è quello di tornare a disegnare e cucire abiti qui in Valle Peligna. E lo sa fare bene.

Per Julio il discorso è diverso. Anche lui con un passato accademico, ama l’Italia e gli amici incontrati in questa parte del suo viaggio di vita, che lo hanno accompagnato e sostenuto anche nei momenti più bui. Che scriverà il suo libro è stato già detto, poi aprirà un ristorante tutto suo, probabilmente di cucina venezuelana, “a cucinare italiano devo ancora imparare” sorride. Lo farà un giorno. Ma il pensiero del Venezuela resta fisso e quel senso di “riconquista” non è definitivamente sopito.

Julio accoglie  tutti con quel sorriso immenso, denso e curioso. Come quando da bambino frequentava i suoi amici, tutti 20 o 30 anni più grandi di lui, per imparare con umiltà dagli altri. Come quelle erbe che in tante occasioni e in mancanza di medicine gli sono servite per curarsi, come i lavori che sa fare. “Mi piace Case Lupi perchè sono vicino alla campagna e alla montagna proprio come quando ero in Venezuela e sparivo per lunghi periodi. Deirys pensava avessi un’altra, invece volevo solo stare a contatto con la natura. In questi due anni sono cresciuto tanto, non sono più come prima, ma conservo intatta la mia essenza”. Si vede nei suoi occhi. Sorridono anche loro.

Simona Pace

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