
Quanta amarezza e quanta ironia in questo libro di Tiziano Rossi, Il brusío, vincitore del Premio Strega poesia.
Nel Brusío, accolto dalla “bianca” Einaudi, Rossi fa una cosa di questo tipo: guarda la vita, ne fa presa con le sue parole e poi la mette alla berlina; però no, non è questo; le cose non stanno semplicemente in questo modo: a dirla così suona bene e magari fila pure, ma il discorso è impreciso, il tiro è fuori margine.
Perché sì, quello che Rossi fa è sostanzialmente questo, però in modo lievemente diverso: con i suoi versi, non mette alla berlina la vita, bensì il nostro vivere, il nostro modo di farlo, il nostro modo di pensare la vita e di pensarci (e non pensarci) in essa.
Tutto questo avviene con una certa morbidezza di tocco, ma quel che più viene colto dalle sue parole è il nostro mondo di non pensare, di fare gli struzzi, con i “trucchi’, i sotterfugi e le scappatoie che utilizziamo per approntare quei rifugi di fortuna che poi sono le nostre piccole trincee del quotidiano, quelle che scaviamo a più non posso, e al di là di ogni ragionevolezza, per sfuggire alla grande domanda, e anzi all’assillo più debilitante che sia per nostra sorte concepibile: perché siamo vivi? Cosa chi ci ha convocati (condannati, direbbe qualcuno) a esistere? E perché dobbiamo renderci conto di tutto – ma proprio tutto – quello che questo vivere a tempo determinato significa e non significa?
Questo punto, che è una costante del suo libro, Rossi lo smatassa in parole che suonano sciolte, aperte, quasi parlate, e va benissimo che le si reputi come tali e tuttavia non si incorra nella gradassata scema di convincersi che siano solo e soltanto questo: perché le poesie di Brusío sono perfetti congegni double face, sembrano funzionare per via di un meccanismo semplice quando invece a farle andare è un miracolo di ingegneria testuale debitamente (e molto elegantemente) non ostentato.
Lo si vede, per esempio, nella poesia ove in pratica si dice che il campare non è in fondo altro che un reiterato diversivo e “l’esistere è un teso rinviare”; e in questo caso rinviare può voler dire molte cose: scansare, fingere di non vedere, ignorare l’inquietudine nella speranza di dimenticarsene, sperare di non dovere mai fare i conti – o di non doverli fare troppo presto – con le nostre consapevolezze maggiori.
Un modo utile per rinviare a oltranza certi pensieri, come quando il portiere calcia forte per spedire il pallone dall’altra parte del campo, che potrebbe anche essere l’altra parte del mondo o l’altra parte della mente, può offrirlo persino “l’impulso / detto riproduttivo” per “continuarsi”.
Quello che Rossi con questi suoi versi ci dice è che anche mettere al mondo dei figli è in fondo un sistema per non pensare alla morte.
“D’accordo, siamo tutti / dentro le ridda del tempo / un po’ piagnucolando / e sorgono più nobili quesiti. / Stando ai saggi, si tratta / di una monotona questione: / l’allontanare la morte e compagnia / usando diversivi e ritrovati, /roba strenua o sciocchina, / e serve pure l’impulso / detto riproduttivo / con i suoi amplessi, così, / per continuarsi”.
Difficile (o forse troppo semplice) dire cosa sia o cosa possa essere “il brusio”, più facile invece pensare che esso assomigli in qualche modo a quello strano e sinistro tic tac che certe bombe a orologeria fanno prima di esplodere: solo che qui a saltare per aria sono le nostre anestesie.
Simone Gambacorta
Commenta per primo! "Dall’altra parte del campo, dall’altra parte della mente"