
Com’era la quotidianità di un uomo ricco, discendente da una famiglia parecchio rilevante (non nobile, ma oltremodo patrimonializzata), e che avrebbe anche vissuto in prima persona il transito (suo e dell’intera sua posizione) dal Regno delle Due Sicilie all’Italia unita?
Lo spiega Luigi Ponziani in un libro interessantissimo, L’Ottocento di Domenico Savini, nato dallo studio svolto per curare la pubblicazione degli otto tomi del Diario giornaliero del possidente teramano (1810-1889).
Il Diario, monumentale, e anch’esso edito da Ricerche & Redazioni, va dal 1854 al 1870 ed è introdotto dal cospicuo saggio che poi ha preso vita autonoma divenendo appunto L’Ottocento di Domenico Savini.
Dove è proprio quel “di” a dire tutto, perché gli eventi che quotidianamente Savini annotava erano da lui colti con tale diretta partecipazione (“un uomo pienamente immerso nel tempo che vive”), e con una così solida cognizione del suo ruolo e del suo ceto, da descrivere, nel loro insieme, un’epoca e una società che oggi non possono che apparirci come “sue “, perché raccontate dalla sua ottica di uomo facoltoso, di cattolico fervente e di conservatore assai preoccupato di vedere rassodate, per come possibile, e certamente nei limiti della realtà contingente, spesso turbolenta, quella pace e quella tranquillità buone a garantire stabilità alla sua Teramo.
Ponziani, con la mano attenta dello storico, sussume un ritratto molto affascinante di Savini, il quale appare sempre intento ad amministrare gli affari e il patrimonio (che accrebbe fortemente) con la dedizione e la fermezza di chi sapeva e sentiva di appartenere a una famiglia di grande peso e significato sociale. Il nome non come vanto, ma come missione, secondo un’etica della continuità familiare che mai gli si fece tremula.
Ponziani spiega bene cosa significasse, nella pratica, questa forma mai smaccata di esercizio del potere: rapporti, parentele, proprietà, relazioni, equilibri anche molto laboriosi, investimenti, erogazione di crediti, prese di posizione, cautele, cariche pubbliche e questioni politiche e amministrative.
Non manca di notare, Ponziani, come Savini, forte del carisma di famiglia e dell’autorevolezza che seppe guadagnarsi con una vita operosa e sobria seppure di tenore elevato (ma certo non vi latitarono i dolori), fu sempre considerato un interlocutore privilegiato da chiunque fosse in carica nella Teramo del tempo.
Se la tanta ricchezza ereditata diede a Savini una “naturale preminenza sociale”, la sua attenzione alle cose, il suo acceso amore per Teramo e la sua concentrazione costante sugli impegni e sui rapporti con le persone, anche di estrazioni molto diverse, gli valsero unanime rispetto.
Il libro, scritto con molta chiarezza ed eleganza, descrive il modo di pensare e condursi dell’uomo che ne è il centro, a cominciare da quella grande attenzione alle cose e alle situazioni, e da quella maturità per così dire necessitata, che sono prerogativa (quando lo sono) di chi sappia, sin dall’età più tenera, di aver ricevuto, con un cognome, una forma di responsabilità.
Da qui il coincidere della sua figura con un tono, con un portamento, con contegno valoriale (aveva l’assillo d’essere stimato onesto), e da qui anche le apprensioni, le inquietudini e le scelte riguardo i non pochi scenari complessi che fecero della sua Teramo una cittadina tutt’altro che ferma.
Simone Gambacorta
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