
Se alziamo un po’ lo sguardo, ci accorgiamo di uno scenario possibile: fra non molto, per tanti, il sapere potrebbe non essere più importante come lo è stato sinora.
Non è una profezia “apocalittica”, è quello che dice il polso dei tempi, e non perché il mondo sia diventato improvvisamente brutto, sporco e cattivo, ma perché la nuova condizione antropologica della quale siamo parte tende a questo tipo di approdo.
La fruizione e la diffusione del sapere andranno probabilmente secondo flussi di traffico alterni e alternativi: ci sarà chi sceglierà di appartenere a quella che adesso qui per comodità chiameremo la “civiltà della biblioteca” e chi invece si troverà a suo agio nella “civiltà del touch”. C’è da supporre che per questi ultimi il sapere sarà sempre più declassato a nozione di pronto uso e quindi non sarà più un filtro critico.
Siamo alle conseguenze estreme (ma parziali: l’estremo non è mai stato momentaneo e fuggevole come nell’età che viviamo) di un processo che si era già manifestato nel conflitto tra la “logica della lettura” e la “logica dell’audiovisivo” analizzato da Franco Ferrarotti in Un popolo di frenetici informatissimi idioti (Solfanelli, 2012).
Il concetto stesso di obsolescenza tecnologica non è mai stato prossimo al nostro quotidiano come lo è oggi e questo lascia comprendere quanto il sistema-mondo, con la geopolitica delle big tech, sia divenuto volubile.
Con il suo nuovo libro, Superfluo come il respiro, edito da Carabba, Gianni Oliva, che ha insegnato a lungo all’Università di Chieti-Pescara, tesse un “elogio della letteratura e dell’immaginazione”.
È un libro fortemente legato al contesto in cui viviamo. “Per superfluo – si spiega infatti in premessa – si intende la letteratura, com’è ormai comunemente accertato nella società dell’utile e del materiale”.
Oliva si muove con l’ottica e i mezzi dello storico della letteratura (è stato ordinario di quella italiana), cioè con una visuale ampia la quale finisce per giustapporre, implicitamente e anche sostanzialmente, due forme storiche diverse: da un lato c’è la scena che abbiamo sotto gli occhi, ossia la concitazione di un presente sempre più mutevole perché sempre più freneticamente incline al balzo e allo strappo; dall’altro c’è il respiro lungo e solenne di un passato che ha strutturato la nostra civiltà letteraria.
Oliva ricorda che “la letteratura sta nella possibilità di trascendere da ciò in cui siamo quotidianamente coinvolti”, perché “la poesia è la fanciullezza che sopravvive nell’età adulta” e “l’immaginazione è il suo motore irrefrenabile, capace di creare mondi possibili”.
Perciò si inoltra in fucine immaginative come quelle di Dante, Manzoni, Leopardi, Pascoli e D’Annunzio e lo fa con una domanda di fondo: perché la loro letteratura continua a interrogare le nostre menti e le nostre inquietudini di contemporanei?
La risposta sta in capitoli densi che sono anche un catalogo di amori intellettuali, in un dialogo ideale con “autori esemplari” – ha scritto Giovanni Tesio – portato avanti “con ricchezza e ampiezza di riferimenti” (Tuttolibri, 27 dicembre 2025).
Il titolo del libro è un omaggio a D’Annunzio, autore studiato con fecondità da Oliva, il quale ne riporta, tra le citazioni in esergo, il passo di una lettera del 1896 all’editore Emilio Treves: “Il superfluo mi è necessario più del respiro”.
Simone Gambacorta
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