Eremiti e basilischi

(ph. Umberto D’Eramo)

Prima gli aquilani. Prima gli aquilani. Non è un tormentone di un’afosa e insopportabile campagna elettorale, ma un format vecchio come la città delle acque, dove si storce il muso perché la Dama della Bolla è Kawsar Albulfazil, una ragazza afgana analista dell’Onu, il Giovin Signore Shihong Fu, fisico e ricercatore nel cuore del Gran Sasso, ha gli occhi a mandorla e Adriana Carolina Pinate, urbanista e figlia di italiani in cerca di fortuna in Venezuela, è la Dama della Croce. Figuriamoci se queste vesti fossero state assegnate a una teramana, una chietina o addirittura a una pescarese. Sarebbero tornate le barricate in strada, come negli anni Settanta, quando dopo gli strepiti nacque la regione bicefala. Con un nome singolare e un significato plurale.

Benvenuti negli Abruzzi tra campanili e dispetti. Dove ovunque l’erba del vicino è la più verde, esclusa quella del capoluogo dove cresce sempre la migliore. Va così che il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, forse affannato ed emozionato per accogliere al meglio papa Francesco, non trovi tempo e modo, nell’ambito della faraonica Perdonanza, di citare Sulmona, che pure nella vita di Celestino quinto ha rappresentato un momento alto. Ascetico. Spirituale. Importante. Per averlo ospitato in una grotta negli umili stracci di fra Pietro da Morrone. Prima d’esser incoronato papa ad Aquila il 29 agosto del 1294.

Storia antica si dirà, ammuffita, puntellata da scippi e sveltine. Furbate e lotte intestine. È di questi giorni il passaggio degli europei di pattinaggio da Sulmona all’Aquila, vissuto però nella valle con rassegnazione. Senza urla, solo con qualche timido mugugno. Quasi fosse un déjà vu e come tale non inaspettato. Ancora una volta interpretato come furto o sopruso e non invece come capacità attrattiva dell’altro. In grado di mettere in mostra uno spirito d’appartenenza fuori dal comune per raggiungere qualsiasi obiettivo. A differenza di noi basilischi, provinciali ed eremiti per nascita. Pronti ad esaltare lo straniero e abbattere il paesano.

Sembra di vedermi ragazzino nel quartiere, incuriosito dalla bimba romana in vacanza dalla nonna. Anche se aveva le gambe storte e le orecchie a sventola. Dimenticando le vicine di casa e di giochi con gli occhi lucenti e i capelli di seta. È scritto nel destino che il figlio più grande della nostra terra sia morto lontano da casa, anche se deciso da un imperatore. Rido ancora alla battuta di quel buontempone che a un gruppo di amici promise che avrebbe riportato le ossa di Ovidio in patria. Siamo bravi a scherzare, non a fare sul serio. Come altri.

Dylan Tardioli

3 Commenti su "Eremiti e basilischi"

  1. L’Aquila ha da sempre pensato a sé e non alla Valle peligna ,tantomeno all’Abruzzo

  2. Chesse è…putroppo | 19 Agosto 2022 at 09:08 | Rispondi

    Ci sarà un motivo del perché gli aquilani non sono ben visti in Abruzzo…mai sentito parlare bene degli aquilani da martinsicuro a San salvo e lasciamo stare la stessa provincia…anche la loro parlata è fuori da ogni dialetto abruzzese…qui non è questione “ dell’erba del vicino è sempre più verde” il problema è che devono prendersi tutto loro…neanche una succursale dell’università sono capaci di aprire in provincia pur di accaparrarsi affitti ed altro…poi non ne parliamo della storia del terremoto sempre ad avallare ogni loro causa…come se negli altri territori d’Abruzzo non fosse mai accaduto nulla…

  3. Il prossimo furto riguarderà Cogesa… stare a guardare !

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