
Era solo uno studente delle superiori quando lo incrociai al cinema Pacifico, erano i primi anni del nuovo millennio e il digitale era una frontiera da pionieri. La Canon XM2 mini-dv macinava cassette e frame pixellati che pazientemente sotto il garage di via Aragona, nella sede di Sulmonacinema, si acquisivano con un innovativo cavo dv e una scheda video con i pin. Non c’erano file da trasferire, ma immagini da acquisire in tempo reale, che quando le avevi messe sul disco già le conoscevi. Eri pronto al montaggio, se avevi visione e talento. Carlo Liberatore era uno di quelli, uno con il talento e la visione.
La memoria e il processore del computer facevano una gran fatica a renderizzare anche pochi minuti di filmato, ma i tempi erano stretti quando si faceva il Festival. Alle tv consegnavamo a mano su una cassetta, non certo con Wetransfer, tutte le clip più importanti: quelle dei film in concorso e fuori concorso, oltre alle immagini del backstage del Festival che erano le più difficili da girare e selezionare.
Carlo lo faceva, chiuso anche tutta la notte in quel garage di via Aragona, aspettando il rendering e sognando il cinema.
Ieri il suo sogno è diventato realtà: al Barberini di Roma è salito sul palco insieme ai grandi nomi della settima arte (Sophie Chiarello e Gianfranco Rosi, su tutti) e come loro ha mostrato in passerella il suo Nastro d’Argento. Uno dei premi più importanti in Italia, assegnato dai Giornalisti Cinematografici (Sngci) e secondo in Italia solo ai David di Donatello (Venezia a parte).
Una menzione speciale per il suo primo film, The Madmen Coach “documentario decisamente originale – scrive l’organizzazione del Premio – storia della prima nazionale senegalese di calcio per persone con problemi di salute mentale. Un film che dimostra come lo sport, in questo caso il calcio, riesca a vincere la sfida contro i pregiudizi più radicati, diventando un rifugio inclusivo ma anche un’opportunità di riscatto e di guarigione”.
Un lavoro dal respiro internazionale con firma peligna, con le musiche di Patrizio Maria D’Artista e la partecipazione del produttore Valerio Di Tommaso. Professionalità che dalla provincia parlano al mondo.

“Quando ho iniziato a seguire questa storia a Dakar, quello che mi ha colpito non era solo la condizione di queste persone, ma la loro straordinaria dignità, il loro desiderio di esistere pienamente, di essere visti non come malati ma come atleti, come esseri umani – spiega Carlo -. Il calcio, in Senegal, non è solo uno sport: è un linguaggio universale, un rito sacro, una forma di resistenza. Per loro è diventato anche uno strumento di guarigione e di riscatto”.
Ieri sul palco del Barberini si è chiuso un cerchio e si è aperta una porta: “Ricevere questa menzione speciale alla 80a edizione dei Nastri d’Argento è un’emozione che fatico a descrivere – continua Carlo -. The Madmen Coach è il mio film d’esordio e per questo il premio assume un significato ancora più profondo”.
E’ solo l’inizio perché il film sarà proiettato nella città di Dakar e nelle periferie della regione a metà marzo, in presenza di tutti i protagonisti del documentario. E poi chissà farà anche il giro d’Europa, per tornare a Sulmona, dove tutto è iniziato in quel garage di via Aragona, dove da quaranta anni il Sulmonacinema (di cui oggi Liberatore è direttore artistico) lavora non solo per fare il Festival, ma per formare e produrre la cultura cinematografica. Singolare che se ne accorga il mondo e non la Regione Abruzzo che, quest’anno, non ha finanziato il Sulmonacinema.
Ma questo è un altro, brutto, film.
La Sulmona che ci piace e ci inorgoglisce.
Bravissimo Carlo, complimenti ed auguri anche a Patrizio D’Artista e Valerio Di Tommaso.
Carlo ha lavorato con il cuore ..
bravi a tutti voi, Valerio di Tommaso, Dr Santo Rullo, Filippo di Maso etc…
COMPRLIMENTI FROM SÉNÉGAL