Flaiano racconta Flaiano

Il mondo di Ennio Flaiano non è un blocco unico, ma è sparso in molti pezzi, in molte parti, è un mondo che può dirsi “disseminato”, e con quei pezzi, con quelle parti, si possono fare molte cose: libri suoi, libri su di lui, mostre, convegni. 

Il volume Flaiano racconta Flaiano (Thedotcompany) è nato in parallelo a una mostra e mette insieme foto che ritraggono Flaiano, molti suoi scritti, alcuni suoi disegni e anche delle sue  caricature, come quelle fatte da Fellini e Maccari. 

Flaiano è davvero come un grande tetris, che permette, o non vieta, di essere combinato in molti modi, e così ogni volta finisce per mostrare aspetti diversi, ma si tratta di volti che non possono che essere costruiti con i suoi pezzi, cioè con le sue parole, i suoi snobismi, i suoi puntigli, le sue idiosincrasie e i suoi confetti al napalm.

Quella del grande Flaiano è una figura che permette di essere scomposta e ricomposta in mille modi, ma sempre e comunque a condizione che si resti dentro il suo mondo.

Questo libro ribadisce anzitutto che Flaiano è uno degli scrittori più “disseminati” in sé stessi e in sé stessi rivoleggianti che si siano visti, ma ricorda anche che se è stato uno scrittore dispersivo (dispersivo per paradosso, perché sempre concentrato sulle sue tante scritture), era e resta, in parallelo, uno scrittore non disperdibile, uno scrittore che non evapora mai.

Fabio Canessa, il curatore del volume (suo un libro di anni fa sulla canzone Azzurro), scrive che “a distanza di oltre mezzo secolo dalla sua morte, Flaiano non solo non è stato dimenticato ma è addirittura più letto, citato e ammirato di quando era in vita”. 

La cosa fortunatamente non può essere negata, seppure sul nome di Flaiano non si abbia mai l’unanimità, il che d’altronde va benissimo perché aiuta a evitare quel plebiscitarismo acritico che lui per primo avrebbe trovato ributtante. 

Nel libro c’è, tra le altre, una foto del 1954 (L’illustrazione italiana) dove si vede Flaiano camminare tra grandi statue finte “su un set a Cinecittà”. È un’immagine da osservare per bene perché si offre come metafora di tutto Flaiano. 

Quell’uomo con i baffi e gli occhiali da sole, in giacca e cravatta, sorridente e con un taccuino nascosto chissà in quale tasca, sembra sbucare fuori dalle ombre di quei colossi posticci e specialmente sembra dire qualcosa di preciso: cioè che la farsa si critica e si smaschera – e naturalmente si racconta – con il passo lieve e apparentemente distratto della comparsa, cioè con il passo di qualcuno che si muove ironicamente al di fuori di ogni protagonismo. 

Viene ripresentato anche, in chiusura, uno scritto di Giovanni Grazzini, critico cinematografico mancato venticinque anni fa, ove si ricordano “la grande originalità di Flaiano” nonché “la sua centralità nella cultura italiana del secondo dopoguerra”, per quanto vada detto, riguardo osservazioni come quella secondo cui “il lavoro per il cinema” avrebbe “distolto Flaiano dal mestiere di scrittore”, che probabilmente si sbaglia a pensare Flaiano e le sue parole come un moto univoco di scelte e di forme, perché il flusso-Flaiano non ha una foce a estuario, bensì a delta, cioè è fatta di diramazioni diverse ma sostanzialmente uguali, e questo lo si può dire persino al di là di quelle che furono alcune riflessioni che il grande scrittore fece su sé stesso.

Simone Gambacorta

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