I resti della memoria

“Sono stati inoltre rinvenuti, sui luoghi dove maggiormente è infuriato il bombardamento: 6 cosce con gambe, 2 gambe, 5 braccia con avambraccio, 2 braccia, 5 piedi e 3 mani. Resti che non appartengono ai cadaveri sopra menzionati. Il numero delle vittime quindi deve ritenersi superiore ai 120”. E’ quanto si legge, a firma del commissario della polizia di Sulmona, A. Gallo, nella relazione alla prefettura protocollata il 10 settembre del 1943, due settimane dopo, cioè, della “zappata” su Sulmona.

Oggi, ottantadue anni fa.

Una pioggia di 153 tonnellate di piombo, sganciata tra le 11,36 e le 11,56, da 69 B17 e 70 Liberator, aerei Alleati che sulla stazione di Sulmona, snodo ferroviario fondamentale nei collegamenti con Napoli, e sulla Società Dinamite Nobel di Pratola Peligna, mostrarono per la prima volta il vero volto della guerra a Sulmona. La morte, il dolore, il terrore.

Civili sacrificati all’avanzata degli Alleati che così intesero tagliare forze e collegamenti ai nazifascisti in città, non risparmiando la vita di bambini e adulti, civili inermi che cercarono rifugio nei boschi della stazione e che trovarono la morte dal cielo.

Nonostante la relazione del commissario, alla fine i civili formalmente deceduti per quel bombardamento furono 104 e a loro è dedicato il monumento ai caduti che quest’anno, dopo cinque anni di riposo forzato per i lavori sul piazzale della stazione, tornerà – restaurato – ad essere omaggiato da una corona di fiori e una celebrazione ufficiale.  

La cerimonia civile (ore 11) sarà preceduta, nella vicina chiesa della Madonna Pellegrina, luogo simbolo di quella “zappata”, dalla messa celebrata dal vescovo Michele Fusco: la sirena dell’allarme, cui seguirà il silenzio, suonerà alle 11,27, precisamente ottantadue anni dopo che quello “sciame di vespe” – come lo ha definito qualche superstite – apparve alle spalle del Monte Morrone e di San Cosimo.

Una celebrazione importante quella di oggi, anche se non a “cifra tonda”: perché Sulmona, con la restituzione del monumento ai caduti, si riappropria di un simbolo della memoria che, mai come in questi tempi, diventa denuncia del presente e ammonimento per il futuro.

Perché il genocidio di Gaza e i morti del conflitto russo-ucraino sono ferite aperte e sanguinanti: cosce, gambe, avambracci, bracci, piedi e mani, i cui resti non sono sulla carta bollata della Regia Prefettura, ma sparsi, oggi, tra boschi infuocati e macerie di città rase al suolo. Che siano a tre o a tremila chilometri da casa nostra, poco cambia per le nostre coscienze e per il dolore collettivo.

“Una commemorazione che ci porta a riflettere sulla nostra realtà odierna, su un mondo ancora segnato da conflitti, ingiustizie e violenze – commenta il vescovo Fusco -. Dobbiamo chiederci: stiamo facendo abbastanza per essere costruttori di pace? Stiamo ponendo argini all’odio e alla divisione? La Messa di mercoledì non sarà solo un momento di preghiera per i defunti, ma anche un forte richiamo alla nostra responsabilità di seminare speranza dove c’è disperazione, e di lavorare per un futuro in cui simili tragedie non si ripetano più”.

Mentre il “mietitore” sta “zappando” su altri orti.

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