Il soffiatore di vetro

Il fondo oculare delle parole di Tiziano Broggiato ha sempre il colore del bronzo ossidato. Questo colore, interno, nascosto, non è altro che l’allegoria essenziale che fa da punto di tenuta tra le diverse parti dell’autoantologia Il soffiatore di vetro, volume che riunisce poesie dal 1983 al 2025 e che arriva in libreria grazie alla casa editrice Marietti 1820. 

È un libro di lignaggio, un libro che ci mette dinanzi “decisamente un autore”, dice Paolo Febbraro, ma anche un “libro completamente nuovo e assai più compiuto delle singole parti che lo compongono”, spiega Alberto Bertoni.

Mentre lo si legge, Il soffiatore di vetro trasporta e trascina. È un libro che esercita una forza d’attrazione e non si può certo dire che un simile effetto page-turner sia usuale in un’opera di poesia: e sebbene non sia né possa essere considerato – questo effetto – indicativo di una qualche qualità, si dovrà pur domandarsi come mai in questo caso agisca così fortemente. 

La risposta si rende raggiungibile se si scansa un’illusione ottica data dal titolo: a tutta prima si sarebbe infatti indotti a pensare che l’immagine (così bella) del “soffiatore di vetro” sia da rapportarsi al poeta nonché al suo lavoro, e benché nulla invalidi questa tesi c’è un’altra strada, poco oltre, che invita a essere percorsa: è quella che suggerisce di scorgere nel titolo una metafora che richiama la vita di tutti e il destino di ognuno.

Leggiamo con trasporto la poesia di Broggiato perché siamo tutti soffiatori di vetro. Lo siamo nei nostri cammini del quotidiano, nei nostri sogni, nelle nostre speranze, nei nostri ricordi, nei nostri sentimenti, nei nostri crepuscoli.

Quel che per tanto o per poco tempo ha offerto in noi sede alla luce come al buio è un vetro fatalmente destinato a frantumarsi: in noi tutto è frangibile.

Un verso parla del “nome dei vivi” e di fronte a queste parole c’è da porsi una domanda: e se non fosse che questo, la poesia? Se non fosse che il nome di tutto quel che, in quanto vita, non ha via d’uscita?

Gli anni che l’antologia copre sono tanti e quel che se ne deduce è che quella di Broggiato è stata una ricerca stilistica sempre improntata alla sottrazione, all’asciugatura, sempre però in una stretta aderenza lirica all’umano. 

Basti pensare ai versi primi e ultimi di Breve diario dalla terra riemersa, una delle poesie in assoluto più belle. Eccone l’avvio:

“Un vento di troppe foglie / infiltra all’interno dell’auto / un odore acuto di cenere e neve. / È strana Brooklyn alle sei del mattino / con questo intenso mulinare / di manine tronche che permette / di intuire appena i suoi bastioni / la grossa gobba di animale / acquattato nel semibuio e aizzato / dai lucori dei precoci risvegli”.

Eccone invece la chiusa: 

“Nell’andarmene il mattino seguente // ho visto scendervi la più bella neve /  della mia vita / ma sento che là / dove sono stato felice / dove ho molto immaginato / non dovrò più tornare”.

Oltre a quelli di Febbraro e di Bertoni, il libro contiene, nell’apparato critico finale, anche gli interventi, altrettanto importanti, di Arnaldo Colasanti e di Gualtiero De Santi. Sono – tutti assieme – riconoscimenti significativi del percorso dell’autore.

Leggiamo Il soffiatore di vetro con amore e con foga perché nella poesia di Broggiato riconosciamo il passo e il colore brunito della nostra essenza di viventi.

Simone Gambacorta

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