In limine

 

Tre casettine dai tetti aguzzi, un esile ruscello, Bagnaturo, microscopico borgo di confine ai piedi dell’incombente Morrone, è la nostra Striscia di Gaza nel cuore della Valle Peligna.

Già frazione per sua stessa genesi, è rispaccato esattamente a metà lungo la strada che corre in mezzo in due porzioni di frazione, irragionevolmente conteso da un canto dal comune di Sulmona, dall’altro di Pratola Peligna. 500 anime e due sindaci, due dialetti, due Imu, due vigili, due nettezze, due appartenenze, due santi patroni. Nessun impedimento morfologico o minaccia esterna a giustificarne l’odiosa imposizione, nessun canto straziante delle donne sotto il tiro dei cecchini per cercare l’amante finito nell’altra metà, nessuno dall’altra parte a rispondere ma stesso montepulciano nelle vene, stessi arrosticini a pasquetta.

Ormai ci ha fatto il callo, rassegnato a quella condizione pirandelliana, a quella linea Maginot senza eserciti, quel Piave senza fiume, quella muraglia cinese senza mattoni né mongoli fuori a premere. Qualcuno ipotizza a causa di un trattato internazionale poi perduto, un congresso post bellico mai registrato o un generale invasore che l’abbia accettata in due mezze calotte di un’anguria abbandonata alle mosche.

 

Da quando poi la variante l’ha escluso dal suo tracciato, relegandolo a ingiustificata appendice fuori rotta, Bagnaturo è un unicum autoriferito. Ad approdarci in un giorno qualunque per un malinteso con Siri, una scenografia western di Sergio Leone, il bar, i rintocchi della campana alla controra, le due file di case a destra e a sinistra e tutt’attorno solo cespugli di fieno roteanti al vento.

Eppure Bagnaturo, nella sua irragionevole originale peculiarità, ha una sua valenza, racconta la contraddizione di ogni condizione di confine.

La Periferia è da sempre, in ogni sistema e non solo negli insediamenti urbani, il non-luogo transitorio da un A ad un B e la prossimità a chi e cosa sta dall’altra parte. Ben prima che Romolo tracciasse il primo solco per imporre la proprietà e dettare i confini del derby laziale, il perimetro è in ogni cultura il segno profondo che spacca un dentro da un fuori, distinguendo cosa appartenga ad un insieme, e cosa invece ne resti estraneo. Esattamente lì, in prossimità del margine che separa due contesti, nei sistemi naturali come in quelli artificiali, nelle esperienze umane e sociali, perfino nella morte confine della vita, i fenomeni accelerano, le identità si amplificano e rinforzano, le tensioni si fanno più vibranti accentuando il valore delle regole, dell’una e dell’altra parte.

 

Bagnaturo, frazione di periferia esistenziale qual è l’Abruzzo e quindi confine di confine, è antonomasia di marginalità, può vantarsi di sublimare il concetto stesso di perimetro, assurgendo a nuovo a modello antropologico urbano e rurale, -in bilico com’è anche fra città e campagna-.

Ha conosciuto e imparato sulla sua pelle l’indifferenza del potere e il saccheggio ogni volta che il Potere si arrocca, come a scacchi quando hai già perso cavalli, alfieri e tutta la schiera dei poveri pedoni e resta si e no la torre dentro cui rinchiudersi lasciando la scacchiera alla depredazione.

Per questo ora che gli eroici 500 residenti, avvertita subito l’aria della carestia che sibila oltre confine, come il contado fuori le mura ai tempi dei castelli avvezzi ad annusare la polvere degli eserciti che giungevano a depredarli,  bussano alla porta di uno dei due comuni che li ospitino,  rivendicando l’appartenenza negatagli da secoli, non si può che sostenerli. Che scelgano liberamente quello fardello lasciare, a quale castello affidarsi.

Monito ed esempio dei periferici di tutto il mondo, per i loro perimetri e per i muri che li recintano, ribellatevi. Riprendetevi le vostre identità.

Il modello Bagnaturo in the world for ever.

 

 

Antonio Pizzola

 

 

 

 

 

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