L8 tutti i giorni (maggio)

Cinque storie, altre cinque, dopo quelle di marzo e di aprile, per la rubrica “L8 tutti i giorni”: cinque volti di vite straordinariamente normali, scelte e fotografate in pellicola da Andrea Calvano. Il viaggio del Germe nell’universo donna continua anche questo mese: un’agricoltrice, due storie di immigrazione diverse tra loro, una scelta di vita e una professionale e umana. Angela, Chiara, Daniela, Mariana e Monica, sono le modelle di questo mese, modelle di vita e non solo di obiettivo.

Angela. Agricoltrice di Pratola Peligna ha lasciato poco più che ventenne l’università di Economia dell’impresa per dedicarsi all’hobby del papà: la terra. Oggi a 32 anni è felicissima della scelta fatta, di emozionarsi davanti ad una distesa di 35mila cavoli fioriti sulle sue campagne e soprattutto di riuscire a produrre e vendere prodotti di assoluta qualità. “Costano di più – racconta – ma ai miei clienti spiego tutto quello che c’è dietro: amore per la terra, nessun pesticida, ricerca delle origini, processi produttivi di eccellenza come quello della macina in pietra con un mulino alimentato dal fiume”. E soprattutto tanto sacrificio: sveglia alle 5 del mattino quando va bene per fare 7 mercati a settimana e poi il pomeriggio, dopo un’ora di riposo, il lavoro in azienda, la Made, che prende il nome dai quattro componenti della sua famiglia, tutti dedicati all’impresa. “Mi piace parlare con i miei clienti, raccontare loro ogni singolo prodotto – continua – e poi la soddisfazione impagabile di vedere i frutti che crescono: ieri tutte le zucchine sono sbocciate, per me è stata una festa”. L’hobby è diventato prima un banchetto al mercato a Km0, poi un lavoro vero e proprio: oltre ai mercati, l’esportazione e due negozi aperti a Sulmona e L’Aquila. “Di pregiudizi verso le donne ce ne sono ancora molti – aggiunge – quando mi vedono guidare un trattore o un Ducato, tutti restano meravigliati. Ma davvero lo guidi tu?”. Ed è lei a guidare, non solo il trattore.

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Chiara. Avvocata, 44 anni di Sulmona, ad un certo punto della sua vita si è chiesta a cosa servisse il suo lavoro. E così dal diritto civile è passata a quello degli immigrati e dell’ambiente. Presidente dell’associazione Ubuntu ha attivato l’unico sportello per immigrati sul territorio: “Africani, ma anche albanesi e altre nazionalità trovano in questo sportello l’unico riferimento sociale”. Da qualche mese con Ubuntu si è dedicata soprattutto all’organizzazione di corsi di formazione dei medici e degli psichiatri, in una branca, la etnopsichiatria, che è fondamentale per affrontare le patologie legate alla tortura o alla tratta degli schiavi. Studi a cui si è avvicinata grazie alla sua militanza al Medu (medici per i diritti umani), impegno a cui aggiunge quello più specifico nel contrasto alla violenza di genere con La Diosa onlus.”La gioia più grande la ricordo risale al 2017 – racconta – quando per la prima volta diedi notizia a Ogun, un nigeriano che si trovava in un centro di accoglienza a Sulmona, del riconoscimento dell’asilo politico. Penso che le migrazioni siano parte dell’equilibrio del pianeta e trovo ingiusto che la vita di una persona dipenda da 32 pagine di passaporto”. Tra le cause patrocinate una importante nella quale fece riconoscere il diritto d’asilo ad un immigrato costretto a fuggire per la desertificazione delle sue terre e quindi per i cambiamenti climatici. “In quell’occasione ho conciliato due temi a me cari: l’ambiente e i diritti dei migranti”. La sua lotta quotidiana è quella di trattenersi dall’esplodere quando ascolta i “discorsi da bar” che evidenziano quanto maschilismo, sessismo, razzismo e omofobia ci sia ancora nella cultura di molti. E non sempre ce la fa, a trattenersi.

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Daniela. Dovunque vada, dice, la giudicano come “una strana” e questo solo perchè se ne va in giro per boschi e campi a trovare il suo sostentamento di cibo: erbe selvatiche, soprattutto, che conosce una ad una dopo 20 anni di dedizione e passione. Nata a Como 55 anni fa da padre raianese, si è trasferita con il suo compagno a Raiano 6 anni fa, anche se, almeno prima della pandemia, girava come una trottola in tutta Italia e in Germania portando quella che definisce “la voce delle piante”. Ex operatrice turistica, oggi artista, ricercatrice etnibotanica, autoproduttrice, donna delle erbe, scrittrice (è appena uscito il suo libro “Hai mai annusato un fiore di lunaria”), ha fondato a Raiano “Officine sperimentali”: 50 donne che si tramandano e tramandano i saperi. “Non predico però – precisa – io parlo solo a chi vuole ascoltare. Viviamo in un territorio ricco e potente e dobbiamo imparare a rispettarlo, non a spremerlo – dice -, ma soprattutto dobbiamo imparare a conoscerlo: la mia vicina di casa non è mai andata all’Acqua Solfa (località di Raiano, ndr), lo trovo assurdo”. Se la incrociate in un bosco con un cesto in mano, non abbiate paura: in realtà non fa nulla di “strano”.

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Mariana. A Sulmona, dove attualmente vive, era arrivata in vacanza nel 2002 con l’ex marito, poi morto in un incidente. E qui era restata, lavorando sodo in diversi ristoranti della zona: 43 anni, originaria di un piccolo paesino a Nord-Est della Romania, è stata una delle prime immigrate della comunità rumena in città. Oggi è a capo dell’associazione Ovidiu-Sulmona, punto di riferimento da 5 anni dei circa mille rumeni della Valle Peligna, 700 residenti solo a Sulmona. In questi anni ha lottato contro i pregiudizi e per l’integrazione dei suoi connazionali, organizzando mostre, scambi e gemellaggi culturali, visite di ministri ed eventi tradizionali e religiosi, grazie anche all’uso della chiesa di San Gaetano, per chi, a differenza sua, pratica la religione ortodossa. Le promesse della politica di ottenere una sede per la sua associazione sono state tradite, ma lei non si è arresa, trasformando la sua abitazione in ufficio e sportello per tutta la comunità dove centinaia di suoi connazionali si rivolgono per disbrigare pratiche burocratiche, permessi, ottenere la cittadinanza, farsi riconoscere diritti nei settori di lavoro nei quali i rumeni sono maggiormente impiegati (badanti e lavoratori edili). “Oggi la comunità rumena è molto integrata in Valle Peligna – racconta – abbiamo dovuto superare tanti pregiudizi a partire da quello più comune che ci considera ‘donne facili’ o ‘rovina famiglie’. A distanza di 20 anni però posso dire che oggi le cose sono cambiate e anzi molti dei nostri uomini, che vengono da un retaggio culturale molto patriarcale, si sono adattati e sono migliorati vivendo qui”.

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Monica. Laureata in Economia e Commercio, figlia di professori universitari, è nata in Nigeria 34 anni fa, ma è cresciuta in Ruanda dove insegnava ai bambini di strada a leggere, scrivere e trovarsi un futuro. Seguendoli dalla strada ai banchi, fino a trovargli uno sponsor per farli continuare a studiare. Nel 2013 in Ruanda conosce quello che sarebbe stato il suo futuro marito, Nico, e lo segue in Italia, a Sulmona, dove nel 2015 aprono insieme un ristorante etnico o meglio multiculturale come loro (Bio@nico). In cucina mischia sapori e saperi d’Africa ed Europa, proponendo in una città di provincia, con successo, un’originale offerta di piatti fusion. Nello stesso anno, con l’arrivo delle prime grosse ondate di migranti anche a Sulmona, è in prima linea, prezioso collegamento linguistico e culturale con le ragazze e i ragazzi africani catapultati dai barconi a Sulmona. “La passione per la cucina è nata in famiglia – racconta – ero la più piccola e, secondo le regole di casa, chi rientrava prima doveva fare da mangiare per tutti. E io ero la prima a tornare a casa, così ho imparato”. A Sulmona ha trovato l’amore, non solo del marito e dei due splendidi figli, ma anche della famiglia, degli amici e della gente comune: “Hanno imparato a conoscermi, ho stretto amicizie vere, questa per me è la mia seconda casa. Con l’Africa continuo ad avere rapporti stretti: lì vivono mia madre e mia sorella e fino allo scorso anno mio fratello, morto improvvisamente e prematuramente. E’ stato un grande dolore che sto superando con la vicinanza di tanti”. La persone a Sulmona si sono mostrate molto interessate alla cultura africana e alla sua cucina, frequentando i corsi di cucina che organizza e chiedendo anzi piatti sempre più “spinti”. “Bilanciare il lavoro, i figli e la famiglia non è facilissimo, questa è la vera sfida”. Detto da lei, che il bambino più piccolo lo portava fino a qualche tempo fa a tracolla nella fascia mentre cucinava.

4 Commenti su "L8 tutti i giorni (maggio)"

  1. Attento Germe che secondo un noto avvocatone mettere i curricula a confronto è da querela

  2. Leggendo queste e le passate presentazioni, mi viene da suggerire alla Redazione di valutare la possibilità di ampliare e/o realizzare una nuova rubrica che dia risalto a uomini come donne del territorio, che come da racconti citati creino del “buono”, una “sana spinta al fare”, al riprendersi un tantino il “gusto della vita”, che sia di stimolo a “ricreare” un nuovo spirito fattivo sull’intero territorio,che necessariamente non deve essere legato all’economia del “guadagno”, ma che sia di stimolo, esempio dopo esempio nel rimodellare positivamente l’ego di ciascuno di noi ad una vita di comunità ormai persa.
    Forse è solo utopia, ma credo che chiunque di noi abbia letto le storie di queste donne, nella normalità dell’attività di ciascuna, sono certo che ne sia riuscita una persona migliore, quantomeno nella sensibilità acquisita e ciò è un bene… per tutti!

  3. Pasqua’ ta affondato si scrive t’ha affondato. Asino eri e ciucc si rimast

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