
Si, il mondo è decisamente cambiato.
Ma, contrariamente a quanto ci si aspettava quando lo si riteneva possibile migliorasse, parrebbe in peggio.
Vero, mi dico, chi ormai prossimo alla prima terza età guarda al mondo che avrebbe voluto migliorasse perdere anche i pochi valori che ne avrebbe salvato, scemando via via le opzioni, le occasioni e la voglia di riconquistarseli, è ovviamente pessimista, se non depresso su quanto vede annunciarsi all’orizzonte.
Del resto da sempre il cambiamento in meglio o in peggio è il prodotto delle generazioni che l’hanno vissuto, per quanto sia destinato a chi arriverà; ovvero i posteri che, puntualmente, schiferanno il mondo già apparecchiato, trovandolo, come in fondo è, vecchio e antitetico alle loro istanze. Se ne impossesseranno comunque -con le buone o con le cattive- per reinventare un destino sicuramente altro e imprevedibile ai padri che puntavano su altri esiti.
Poi, a loro volta, degraderanno le loro migliori spinte positive, chè se c’è una costante nel sempiterno loop nasci-muori è che anche le idee più nobili e felici finiscono malamente, già nelle mani degli stessi fautori non appena il demone dell’interesse particolare mortificherà, fino ad ammazzarlo, l’ideale. Per scalare (o solo accedervi) la poltroncina riservata nelle sale di corte si assoggetteranno ancora una volta alla competizione che il Capitalismo pretende: i valori si fanno merce di propaganda su cui acquisire consensi e qualsiasi proposito valoriale diventa privilegio di casta, strumento di potere, colla con cui attaccarsi alla poltrona.
Ma se a deprimerci in questo nostro presente fosse solo questo naturale avvicendamento dal destino segnato, il mezzo gaudio non sarebbe così insopportabile.
Deve essere invece saltato qualche anello della catena, mandando in tilt il ricambio che garantiva anche al mercato il rinnovo di domanda e offerta. Chi ha alimentato il glorioso boom di metà novecento, corrompendo gli ideali su cui si vantava averlo costruito, beneficia di un inusitato allungamento di vita che li protrae sullo scranno ad libitum, bloccando la naturale evoluzione.
Mantiene gli apici decisionali in ogni settore della vita sociale ed economica, congelando le generazioni successive nei frigoriferi del precariato indistinto in attesa di determinatezze.
Senza nuove spinte il mondo marcisce stancamente nel manierismo retorico di quanto di buono possedeva: come uno stracchino lasciato fuori dal frigo si consolida in una crosta spessa a nascondere le colonie di batteri operosi che proliferano nel cuore ammuffito, così il bagaglio valoriale formatosi nel dopoguerra diventa incrostazione di retorica: i suoi miti rinnegati a impiccio di nostalgie di antichi presepi chiusi nelle scatole della soffitta.
Senza riferimenti le masse migrano in direzione sparsa, separandosi in individualismi stitici; impauriti e depressi passano dalla curva sud alla nord nell’arena a pixel dei loro monitor, appesi agli influencer produttori di contenuti su cui scannarsi, solo per evadere dal dovere etico della partecipazione alla vita sociale, se questa è solo la brutta favola del quotidiano.
Galleggiano così, vaghi, attorno al bilancio mensile a colpi di rinunce, distinguendosi, dai più ai meno disperati, solo per il peso della rinuncia, se la carne al supermercato, la tac senza ticket o il week end fuori porta. Per il resto tutti nella medesima strabordante classona media, laureati e manovali, indigeni e immigrati, che, vorticando nel limbo dell’indeterminatezza, attraggono dal loro buco nero i transfughi delle classi sociali fino a ieri più agiate, a ingrassare le file dell’unica medietas.
Niente più risparmiatori, solo consumatori, a ciascuno il suo, che pure il più disgraziato agogni il suo gratta e vinci di speranza, finchè il conto non scenda sotto zero. Pur di evadere disposti a qualsiasi sacrificio, per compensare l’ansia di vivere con qualche feticcio cucitogli su misura dal Mercato che, come Aladino con la lampada, sa generare lucro inventando bisogni di consumo pure dentro le baraccopoli del terzomondo, che almeno uno smartfoon e un paio di naik debbono possederli tutti.
Fuori dalla massa media, sotto, i veri disperati sulla soglia della decenza, mentre sopra resiste uno zoccolo immarcescibile, trasversale alle alternanze generazionali, sempre lì, giusto un gradino sotto le caste che decidono le sorti del mondo: sono i Privilegiati, o Privilegiandi.
Coloro cioè che sgomitano ossessivamente per una poltroncina nelle prime file per poi, una volta raggiunte per nepotismo, furfanterie o nomina provvidenziale, se la tengono stretta pure se la prostata giù in basso grida basta, diventando funzionali al sistema come i Kapò con gli ebrei nei lager nazisti.
Eppure in questo circolo vizioso che sembrerebbe bloccato si avvertono segnali di cedimento: la competizione, che ne è il motore centripeto, sembra perdere il mordente, il sole dell’avvenire sbiadisce, i precari congelati nei frigoriferi ammuffiscono nell’illusione del successo che i padri gli avevano dettato e poi negato: i feticci del consumo diventano via via appannaggio solo dei più privilegiati, spegnendo nei più l’illusione di accedervi, se pure una ruota acqua e farina diventata pizza gourmet costa quanto una giornata di lavoro al nero.
Sembra così prodursene una novità storica, finalmente: il raggiungimento del sogno egualitario dei padri costituenti, del cristianesimo sociale, del socialismo ideale e dei più nobili ideali democratici:
Pari opportunità per tutti (o quasi). Pari, perchè pari a zero per tutti (o quasi).
Antonio Pizzola
Commenta per primo! "La Classona Media"