
Le Panini mi travolgono prima ancora che io capisca cosa sia una collezione. Ci sono già. Come certe abitudini di casa, alcuni odori, come una stagione che sembra eterna. Nasciamo quasi insieme: loro a Modena, io poco più giù, nello stesso decennio povero e luminoso. All’inizio sono bustine leggere, seghettate, con il bordo rosso. Un paio di figurine dentro. Dieci lire. Non sembra molto. E invece è tutto. Una promessa piegata in due.
Le apro sempre piano. Le bustine non si maltrattano: nascondono facce serie, colori imperfetti, pettinature improbabili, calciatori che sembrano già anziani prima ancora di diventarlo davvero. Qualcuno dice che il primo cartoncino sia quello del capitano nerazzurro Bruno Bolchi. Forse è vero, forse no. Ma il mito sboccia così, da una voce che circola, si ripete, mette radici. I doppioni si accumulano. A scuola nasce un mondo parallelo con le sue regole e i suoi tribunali: il mercato delle figurine. Ce l’ho, mi manca, scambio alla pari, te ne do due per Rivera. Si gioca a muro, si battono i cuppìtte per terra, si soffia sul bordo per farle cappottare. Un refolo decide una fortuna. Chi perde consegna. Chi vince finge distacco, perché sa che domani può toccare a lui rimanere con le tasche vuote.
Per attaccarle c’è la Coccoina, con quell’odore di mandorla che resta nella testa più di molti profumi veri. Chi non ce l’ha se la fa preparare dalla nonna: acqua calda e farina. Una colla povera, lattiginosa, fragile. Non tiene sempre. Arriccia le pagine, le gonfia come fa il lievito con una pagnotta di pane. Appiccica abbastanza, quanto serve per far stare insieme un sogno.

All’inizio finire l’album sembra impossibile. C’è sempre un centravanti che non c’è. Quello che non esce mai. Uno che hanno tutti tranne te. Poi i fratelli Panini inventano la richiesta delle mancanti. Scrivi i numeri, imbusti la lista, spedisci, aspetti. E le figurine arrivano davvero. La collezione smette di essere una lotteria. Diventa un patto. Eppure c’è un’eccezione. Pizzaballa. Quella che nessuno trova, la casella vuota che resta così per mesi, per anni. Esiste, dicono. Ce l’ha uno, l’ho vista. Intanto l’album rimane sospeso su quell’assenza. Molto dopo si scopre che la fotina del portiere dell’Atalanta è stata davvero stampata in pochissime copie. Ma da bambini non servono spiegazioni: basta un vuoto a costruire una leggenda. Intanto le bustine esplodono. Milioni nel Sessantadue. Decine di milioni l’anno dopo. L’Emilia diventa una fabbrica di immaginari.
Arrivano le innovazioni. Le celline spianano la strada alle autoadesive. Niente più dita impiastricciate, addio ai fogli ondulati. Ci si accorge che qualcosa si è perso. Non si spalma più la crema adesiva, non si aspetta più che asciughi. Il gesto si accorcia, il rito si assottiglia. La colla svanisce così, senza rumore. Le case si riempiono di album iniziati, completati, abbandonati sugli scaffali alti. Io cresco con loro. Loro crescono con me. Restano nelle scatole di latta, nei ricordi.
Le figurine non insegnano a vincere. Insegnano a desiderare senza avere subito. A scambiare senza barare. A perdere senza sparire. E forse è per questo che resistono così bene al tempo. Perché dentro quei cartoncini leggeri c’era già, senza che lo sapessimo, una piccola educazione sentimentale.
Dylan Tardioli

Con il bravo Marco Del Rosso( e lui che ci manca oltre alle figurine…), edicolante in Piazza Garibaldi, ci si scambiava i doppioni per gli album dei figli. Era diventata anche quella dello scambio doppioni una abitudine immancabile e attesa. Pacchi di doppioni da visionare. Numeri e foto, foto e numeri. Ce l’ho, ce l’ho… NON CE L’HO!
Bentornato Dylan!👏👏👏👏
Articolo meraviglioso