
Andavamo nella casa disabitata della zia che viveva al nord, rovistavamo nei bauli tra polvere e ricordi che non erano nostri. Un cappotto di velluto nero, una camicia a quadri da campagnolo, fuseaux (così si chiamavano prima i leggings) colorati della cugina tardo-hippie: tutto faceva brodo, tutto faceva Carnevale. Il dettaglio faceva la differenza, ma in fondo non era importante: ci si gettava nel caos e quello bastava. Tra fialette puzzolenti, bulli della prima ora con manganelli riempiti di sabbia, il sughero bruciato per farsi il volto da “negro” prima che il politically correct facesse (e per fortuna) irruzione nel linguaggio civile.
Eravamo chiamati, prima di tutto, ad uno sforzo di fantasia. Arrangiandoci con quel che si trovava. Che il risultato finale contava fino a un certo punto. Bisognava inventarsi e reinventarsi, costruire il proprio alter ego.
Mamma stava fuori, tuttalpiù ci aiutava a truccarci da donna, un altro must per chi doveva arrangiarsi per una festa all’ultimo momento. Quella della domenica pomeriggio all’Apocalyps era irrinunciabile.
Ai più piccoli era riservato ago e filo, fiori di carta e pezze a colori, proprio come voleva Arlecchino: un paziente lavoro di taglia e cuci e per chi ce l’aveva quel po’ di creatività che faceva la differenza sul palco del Caniglia, quando la Mascherina d’Argento era anche una sfida d’arte, frutto dei desideri dei piccoli e delle abilità dei grandi.
Poi il martedì c’erano i carri: preparati per mesi nei garage del quartiere. Un trattore a trainarli che alla fine della serata puzzavi di gasolio come un benzinaio e la musica sparata da un jamaicano, con cassetta in autoreverse.
Domenica scorsa sul palco del Caniglia la Mascherina d’Argento ha compiuto 58 anni, interruzioni a parte: ha vinto Giada con un abito da Madre Natura pensato da mamma, comprato da mamma. Come da mamma era l’idea di tutte le “maschere” in sfilata, cucite con un click su Amazon e che i bambini non sapevano spesso neanche cosa rappresentassero.
C’erano perfino Giovanni Falcone e tre ragazzini in pigiama da Auschwitz, un po’ come fossero l’Uomo Ragno e i Tre porcellini, con nessuno a spiegare loro chi fosse il lupo cattivo.
A tornare alle fiabe e allo spirito di una volta, chissà, ci penserà oggi il carro di Cappuccetto Rosso, uno dei sei in gara alla sfilata che prenderà le mosse (ore 15) da via Roosvelt attraversando corso Ovidio e fino a piazza Garibaldi. Una passerella organizzata da Music&Dance che, senza neanche un euro di contributo pubblico, ha chiamato a raccolta le forze della comunità: “Nessuno ci ha dato nulla – dichiara Ada Di Ianni presidente della Music&Dance – abbiamo fatto tutto da soli, mettendo insieme le forze di tante persone e volontari che non si sono tirati indietro pur di regalare il Carnevale ai bambini”. Dall’associazione carabinieri in pensione alla protezione civile, dagli scout ai tanti papà che hanno messo a disposizione i trattori per allestire i sei carri dedicati al mondo Disney. Un lavoro iniziato a ottobre per realizzare il carro dedicato a Cappuccetto Rosso, quello di Kung Fu Panda, quello di UP con la casetta sollevata da palloncini e il carro del Grizzly accompagnato dai cowboy, oltre al gruppo delle Cheerleaders, e quello delle mamme sprint KPop demon hunter.
Fino alla “favola” del carro di Ovidio dedicato alla città di Sulmona, un carro aperto a chiunque vorrà partecipare alla festa e dove non conterà il costume più bello ma solo la fantasia per sentirsi, anche solo per un giorno, ciò che si è immaginato di essere.
Con il cappotto di velluto nero o i fuseaux gialli della cugina tardo-hippie.
la cultura del fare è atata definitivamente soppiantata dalla cultura del comprare.
mia nipote guarda una serie YouTube in cui ogni tre secondi si suggerisce di comprare qualcosa su Amazon, le inquadrature cambiano ogni due secondi agitando lo spettatore e degli adulti fanno cose da bambini.
oppure un’altra serie dove una bambina tratta male i suoi genitori ed i genitori obbediscono.
in pratica stanno educando una generazione al consumo.
La memoria della Shoah non è una carnevalata. Ci sono altri contesti e modi più consoni attraverso i quali celebrare il Ricordo dello sterminio di essere umani, non certamente tra coriandoli e stelle filanti. Poi, quale regalo si può fare a dei bambini “travestiti” da deportati? Un trenino! Un tre-ni-no! In questa città c’è qualche problema…
“….c’erano perfino Giovanni Falcone e tre bambini vestiti da deportati”
E la “qualificata giuria”a sorridere.
Senza parole.
Alla faccia del politically correct in pratica avete scritto che le mamme di oggi non sono più come quelle di una volta che cucivano a mano i costumi ai propri figli. In pratica le mamme di oggi non trovano il tempo per i propri figli e comprano il vestito più bello su Amazon solo per esibirli e poter dire che il figlio ha vinto il concorso. Ah poi criticate pure la trovata della maschera di Falcone e dei prigionieri dei campi di concentramento? Ma è chiaro che si è trattato di un omaggio nel caso di Falcone e di una celebrazione della memoria nell’altro. Devo scriverlo che il commento è ironico? Almeno per quanto riguarda queste maschere forse era meglio spiegare ai genitori prima e poi ai bambini che erano fuori luogo ed escluderle dal concorso. Che tristezza infinita!
siamo allo sbando totale
Le rappresentazioni viste sul palco del Teatro Maria Caniglia erano sobrie, rispettose e simboliche.
Falcone ha attraversato la scena con serietà, con la sua cartellina in mano, senza alcuna caricatura.
La scena ispirata a Il bambino con il pigiama a righe mostrava due bambini che si muovevano lentamente, con la carriola e la rete che divideva i protagonisti del film, accompagnati dal cartello “La memoria rende liberi” introdotto da un messaggio di condanna e speranza del presentatore. Anche qui, nessuna ironia, nessuna leggerezza fuori luogo.
Non si è trattato di travestimenti carnevaleschi, ma di piccoli quadri teatrali pensati per trasmettere un messaggio.
È vero che questi temi sono complessi, ma i bambini possono comprenderne i valori essenziali, giustizia, memoria, libertà, coraggio.
E il Carnevale, nella sua storia, non è solo festa e scherzo è anche riflessione, cultura, rappresentazione simbolica.
La memoria non ha età.
Se trattata con rispetto come è avvenuto può diventare un’occasione educativa anche in un contesto festoso.
io continuo ad essere convinta di essere nata in paese sbagliato. Un paese che tutti indicano in decrescita ma facciamoci un po’ di autocritica: perchè bisognerebbe restare a vivere qui! in una città nella quale ogni iniziativa, portata avanti con sacrificio ed abnegazione, deve essere demolita. Non c’è evento che non riceva la sua parte di dissenso scriteriato. Chi critica è sicuramente chi non saprebbe fare di meglio perchè se così non fosse avremmo una moltitudine immensa di eventi condivisi.
Questa volta gli strali sono finiti sulle spalle di una bimba e di una mamma che ha desiderato e realizzato con le proprie mani uno splendido vestito per lei. Il giudizio espresso su di loro si chiama DIFFAMAZIONE e non critica. Sono pronta a testimoniare la falsità delle affermazioni scritte su questo articolo. Che ci siamo delle pubbliche scuse.
Gentile professoressa Strizzi, stupisce che un commento così approssimativo e qualunquista provenga da una persona della sua levatura, soprattutto su un tema – quello delle atrocità della seconda guerra mondiale – che dovrebbe essere ben radicato in lei, se non altro per l’impegno avuto nella costruzione del Sentiero della Libertà. Stupisce l’incapacità – da parte sua – di comprendere un articolo la cui critica non era certo mossa verso la ragazzina che ha vinto, tantomeno della sua mamma. E mi dica, così come mi è dato sapere, lei che conosce l’italiano: dove sono le offese da diffamazione – addirittura – che lei paventa? Nel fatto che il vestito lo ha deciso mamma (come dichiarato da ogni partecipante all’evento) o dal fatto che l’avrebbe comprato (seppure l’abbia fatto lei)? Ma davvero una persona istruita come lei non riesce a comprendere il testo e quanto in esso è inteso. La riflessione su un tempo che è cambiato e con esso i suoi costumi. Non c’è nulla contro la Mascherina d’Argento come evento in sé, ma una riflessione sulla società tutta. Mi piacerebbe sapere se lei approva che temi come l’Olocausto e la lotta alla mafia possano essere “indossati” da bambini inconsapevoli di quello che quelle “maschere” (fatte diventare tali) rappresentano. Perché se lei, con la sua storia culturale, approva questo, allora ad aver sbagliato paese, lo ammetto, sono io.
Da carnevale siamo finiti alla deportazione?quindi nessun vestito da diavolo,da Napoleone,da condottiero arabo o vichingo?né da chirurgo o cassamortaro?perché può offendere chiunque.a qualcuno può dar più fastidio un vestito da boscaiolo che da deportato perché magari il genitore è morto schiacciato da un albero.a carnevale non cè malizia,solo rappresentazione superficiale di un personaggio o di un’epoca.chi ci trova storie sotterfugi ,secondi sensi ,ha qualche problema.io realmente stento a credere che madre e figlio/a abbiano escogitato una palese esternazione di messaggi pro o contro qualcosa.a volte la leggerezza è tale perché non richiede secondi intendimenti,chi ce li trova invece è dalla parte del torto
Grazie per le sue osservazioni sig. Grisly. Grazie per i suoi complimemti sulla mia persona. Grazie per la sua acutezza e le sue competenze, grazie per tutto.
Non intendo giustificare il mio commento ma l’articolo iniziava con una supposizione falsa. Io non ho fatto alcun riferimento all’opportunità delle scelte dei costumi. Legge cose con non ho scritto. Proprio perchè rispetto la libertà di ognuno non mi permetto di giudicare le scelte effettuate, neanche di quelle opinabili. Tengo per me l’amarezza di alcune di queste scelte.
《Stupisce l’incapacità – da parte sua – di comprendere un articolo la cui critica non era certo mossa verso la ragazzina che ha vinto, tantomeno della sua mamma.》
Se lei avesse visto la dedizione ed i giorni di lavoro dietro quell’abito avrebbe fatto le mie medesime considerazioni