La morte di Cicone, la procura cerca il telefono. Il ricordo degli amici

Gli amici fanno capannello con le lacrime agli occhi e la voce spezzata davanti casa dei genitori in via Papa Giovanni XXIII, lì dove Fabio Cicone, il cinquantunenne trovato morto ieri sulla Majella, tornava di frequente “ogni sette dieci giorni – dicono -. Era molto legato ai suoi amici nonostante vivesse a Castel di Sangro: ogni volta che tornava c’era sempre tempo per un caffè o una chiacchiera insieme”.


Un uomo dall’animo grande, “sempre disponibile e sempre pronto a farti un favore come poteva” e con una straordinaria passione per i cani e in particolare per la sua Sheela, il Border Collie che era ormai la sua ombra.
“Sabato scorso ci siamo visti e abbiamo preparato l’attrezzatura per la montagna – racconta Paolo Rapone, il suo amico di passeggiate in alta quota con cui aveva detto di andare sul Monte Amaro domenica scorsa – io volevo salire con lui, ma me lo ha impedito perché non avevo i ramponi da neve. Non c’è stato modo di convincerlo: era un alpinista esperto e uno dal carattere forte. Così, come tante altre volte aveva già fatto, domenica mattina a scalare la sua Majella c’è andato da solo”.


Fabio Cicone, maresciallo capo dei carabinieri a Castel di Sangro, si era messo in cammino di prima mattina, verso le sette: aveva parcheggiato l’auto a Fonte Romana a Pacentro ed era salito fino in cima, come testimonia un ragazzo che lo ha conosciuto proprio domenica nel rifugio Pelino. “Mi aveva invitato per una genziana a valle” racconta. Poi si era avviato sulla strada del ritorno ed è qui che, molto probabilmente, ha messo un piede in fallo. Una scivolata che lo ha trascinato lungo le pendenze del canalone per oltre centocinquanta metri. Una caduta rovinosa da quanto si è capito dalla ricognizione cadaverica effettuata ieri sul suo corpo: l’osso del collo spezzato e diverse fratture allo sterno e sul corpo. Una caduta senza freni che, se non altro, lascia “sperare” i suoi amici in una morte improvvisa e non ad un lento assideramento in quota.


L’indagine coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica Aura Scarsella, intanto, resta aperta: gli inquirenti, in particolare, devono ancora decidere se fare l’autopsia sul corpo e vogliono ritrovare il cellulare che aveva con sé (un altro lo aveva lasciato in auto) e che probabilmente è stato smarrito durante la caduta. Una verifica per fugare ogni dubbio, perché comunque Cicone era al comando della stazione dei carabinieri di Castel di Sangro: un militare ligio al dovere che non è escluso possa essersi attirato l’antipatia di qualcuno. Solo una lontana ipotesi, perchè la dinamica dell’incidente di montagna sembra evidente, che però la magistratura non può escudere apriori.

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