
Quando tuttora si parla degli IMI, gli Internati Militari Italiani della Seconda guerra mondiale (i cosiddetti prigionieri di guerra), si vede purtroppo subito come e quanto la sigla ai più non dica granché.
Oggi tuttavia la situazione è persino meno disdicevole di quanto non lo fosse e lo sia rimasta sino a ieri, o al più a ieri l’altro, e questo si deve al molto studio e lavoro degli storici e ricercatori che hanno faticato per costruire la memoria di quest’altra terribile pagina dovuta al nazifascismo.
I campi di internamento cui gli IMI erano destinati erano indubbiamente altra cosa rispetto a quelli di sterminio, ma le due realtà – ha spiegato Luciano Zani, emerito di Storia contemporanea alla Sapienza – trovavano in parte un punto in comune nel processo di deumanizzazione cui erano sottoposti i prigionieri. I campi degli IMI erano luoghi di violenza e disconoscimento della persona, della sua dignità e dei suoi diritti.
Degli Internati Militari Italiani adesso si torna a parlare grazie alla nuova edizione del “diario della prigionia” di Alberto Pepe (1910 – 1945), morto a trentacinque anni nel campo di Unterlüss, nel nord della Germania (fu uno dei 44 eroi che si offrirono ai nazisti per salvare dalla fucilazione 21 commilitoni). Il tenente teramano morì dopo essere stato massacrato di botte e costretto a lavorare sotto la pioggia per dodici ore.
Il libro esce per Affinità elettive nella collana dell’ANRP (Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall’internamento e dalla guerra di Liberazione e loro familiari) e s’intitola Cara Rosina.
Rosina Polidori era infatti la moglie cui Pepe, tra il 10 settembre 1943 e il 24 gennaio 1945, indirizzò idealmente le sue molte annotazioni diaristiche, scritte come fossero lettere (è un diario epistolare).
Il volume, che si apre con le note di Nicola Mattoscio, Andrea Parodi e Alberto Melarangelo, e che riporta l’introduzione di Riccardo Cerulli presente nella prima (da tempo introvabile) edizione, è denso: sono oltre quattrocento pagine di confessioni, aneddoti e riflessioni quotidiane.
Il diario fu trovato manoscritto vicino al cadavere di Pepe e mani responsabili riuscirono a metterlo in salvo: fu così che quelle carte poterono fortunosamente pervenire alla famiglia.
Siamo dinanzi a pagine di grande importanza, scritte senza bellurie e autocommiserazione, che documentano la quotidianità dell’internamento (gli IMI furono circa 700mila) e leggono gli avvenimenti con grande lucidità: “Pepe coglie la vastità di quello che gli sta succedendo, il suo diario è una continua presa di coscienza”, ha detto Luciano Zani.
Siamo dinanzi a una “letteratura involontaria” fatta di parole che hanno in sé lo spavento dei corpi trascinati dalla tragedia della storia: corpi perché – come dice Nancy – sono i corpi che, nel teatro, racchiudono e contengono i testi.
Siamo allora alle voci di una tragedia disperatamente non recitabile: i corpi (come il corpo di Pepe) erano più che mai sedi di un “tutto”, e a ciascuno di questi “tutto” appartenevano un nome e una storia.
Il diario diventa così la voce di un corpo che si racconta in una drammaturgia del quotidiano spersa sull’immane Scena infera del male.
Questo vale per Cara Rosina come per ogni libro (maggiore o minore) che in tema si conosca, così come vale per ogni ignota pagina scritta da qualsiasi prigioniero, “sommerso o salvato” che sia.
Simone Gambacorta
Tutta la storia dell’uomo è fatta di guerre e la guerra è violenza.
I continui ricordi dell’ultima guerra generano solo odio.
La prigionia fu’ il rispetto delle leggi di guerra nel bene e nel male.
L’alternativa alla prigionia era la fucilazione di massa e la sepoltura in fosse comuni come è accaduto in guerre molto vicine ai nostri confini.
Predichiamo la pace.