La sanità apatica, il racconto denuncia di un peligno

Una degenza in assenza di empatia. E’ quella che denuncia un cittadino peligno, Aldo Campea, ricoverato per alcuni giorni presso l’ospedale Santissima Annunziata di Sulmona. Era il periodo a ridosso della Befana e il signor Campea, a seguito di un incidente avvenuto in casa, si è ritrovato al pronto soccorso dove gli è stato diagnosticato un trauma toracico chiuso con fratture costali multiple a destra, enfisema polmonare e altre fratture varie. Via nel reparto di chirurgia dove è stato ricoverato. In una lettera Campea ripercorre un po’ il periodo all’interno del nosocomio peligno dove, denuncia, si è sentito non troppo preso in considerazione. Parla della presenza di un primario facente funzione e sicuramente di carenza di personale, problema assai noto e più volte denunciato da tutti i sindacati.

“Ciò non giustifica- scrive- atteggiamenti, da parte di una sparuta minoranza del personale, di insofferenza e apatia verso i degenti. A me ha dato l’impressione che mancasse, nel reparto, una figura autorevole, a cui rivolgersi in caso di tutela e facesse rispettare anche le regole del buon senso. Se c’è un manager, responsabile dell’ospedale di Sulmona, faccia il suo dovere- chiede-, vigili affinché tutto ciò non succeda, ne va il nostro nosocomio e gli utenti tutti”. Quello che reclama il signore, insomma, è  “mancanza di trasparenza e senso del dovere, elementi utili per interpretare le esigenze di una sanità dinamica e vicina ai cittadini”.

Riporta, per dare un’idea, una serie di eventi avvenuti durante il suo ricovero. Il primo quando aveva chiesto che il suo contenitore di urine venisse svuotato sentendosi rispondere da un operatore di essere appena arrivato, di dover sistemare alcune cose e poi di essere pronto a lavorare. Poi ad essersi esaurita è stata la flebo, rimasta vuota per circa un’ora, “Episodi che si sono ripetuti” sottolinea Campea. L’ultimo giorno di degenza un altro operatore annuncia le sue dimissioni invitandolo, non proprio delicatamente, a cercarsi una ambulanza: “Chiedo se avesse i numeri telefonici- racconta- e lei :’Non li abbiamo, non ci compete, si colleghi a internet, comunque, entro le 14.00 deve liberare il suo letto e armadietto'”. A dargli una mano nella prenotazione e organizzazione del suo trasporto è stato poi il primario fornendo i numeri e “la disponibilità e l’impegno di due medici”.

Il racconto di questi episodi, oltre che a una denuncia, suona, per il signor Campea, innanzitutto come un auspicio affinché “mai più un malato ricoverato in ospedale, debba sentirsi un peso indesiderato e vivere una degenza, oltre alla sua oggettiva sofferenza, di disagio. Ma, altresì suggerisco, a chi è oggetto di tali umiliazioni, di denunciarle all’opinione pubblica”.

Sentire l’altra campana è stato, purtroppo, impossibile: dopo diverse chiamate dirette al reparto di chirurgia, con il medico (non identificato) all’altro capo della linea, la risposta è stata solo una cornetta riagganciata.

Simona Pace

4 Commenti su "La sanità apatica, il racconto denuncia di un peligno"

  1. bene ,anzi male, malissimo…questi signori dall’assessore ,manager,direttori,primari,ecc,ecc della sanita’ regionale,dovrebbero fare un giro non dico in Europa…basta il “fuori porta”..qualche ospedale in Emilia,Lombardia,Veneto,per” comprendere” come rendere efficiente un ospedale anche con ridotte risorse economiche..naturalmente ci vogliono persone competenti,
    abili,pratiche,esperte,preparate,eccelenti,e soprattutto con meriti e distinzioni per i
    raggiunti risultati….accade solo da noi,purtroppo mancano i Cittadini consapevoli,tanti sudditi per cui le responsabilita’ sono sempre altrui…per i cialtroci della pochezza pedate bene assestate,o no?
    con Cittadini consapevoli non accade

  2. Modesto medicus | 9 Febbraio 2019 at 9:57 pm | Rispondi

    Come mai nessuno si interessa e prende sul serio le lagnanze del sig.Campea? Non credo che egli si sia lamentato senza alcun motivo, ma ha toccato a sue spese,cosa vuol dire essere ricoverato oggi, in un reparto ospedaliero. Una volta si diceva :”bisogna risalire a monte”. Ora a monte non vuole risalirci più nessuno e tutti preferiscono restare a valle, una valle di lacrime, se ci riferisce alla sanità nosocomiale degli ospedali del nostro hinterlad. Allora se mi permettete cerco di risalire io a monte, scusandomi in anticipo se sarò prolisso. Ma come fai a spiegare in poche righe, un pateracchio che viene da lontano?
    1) il personale infermieristico è insufficiente ed a volte costretto a turni massacranti. Con il tempo subentra il così detto BARNOUT(La sindrome da burnout ,o più semplicemente burnout, è l’esito patologico di un processo stressogeno che interessa, in varia misura, diversi operatori e professionisti che sono impegnati quotidianamente e ripetutamente in attività che implicano le relazioni interpersonali). Il barnout è molto presente negli operatori sanitari, specie medici ed infermieri.
    2)nell’ambito delle equipe ,sono state azzerate le qualifiche,di modo che tutti i medici sono diventati “dirigenti sanitari” e gli infermieri, tutti professionali con laurea triennale, di fatto “dottori”. Come dire todos caballeros. Il capo reparto viene definito DIRETTORE. Qualche anno fa c’era invece, nell’ambito medico: il primario,l’aiuto(uno o due) e gli assistenti(di solito 4) per 50 posti letto. Per quanto concerne gli infermieri: capo sala-infermiere professionale- infermiere generico- coadiuvati da portantini. Tutti erano controllati dal primario, che aveva potere assoluto nel reparto. Difatti ne era il responsabile, anche oggettivo. Ora con l’appiattimento delle qualifiche è stata abbattuta la gerarchia ed il tutto è lasciato al caso. L’attuale direttore, ex primario è responsabile solo della organizzazione,come una specie di manager, e si occupa solo dei suoi collaboratori medici. Il capo sala è responsabile dell’operato degli infermieri. Per il lavoro manuale ci sono gli OS e gli OTA . Il mansionario, che c’era una volta e che codificava per iscritto i compiti di ognuno, è stato abolito. Da ciò si capisce benissimo che ne viene fuori una confusione pazzesca. A volte capita che in corsia ci si accapigli,per trasportare un malato “ai raggi” o in altro reparto.”Questo non è compito mio, questo è compito tuo etc etc. A me è capitato a volte di chiedere aiuto per un mio ricoverato. E’ come se avessi urtato contro una parete di granito. Non solo non ho avuto risposta, ma nemmeno la pur minima considerazione. Ma io conosco bene il sistema e non ci ho fatto caso.
    Mi chiedo, chi ha voluto questo scempio. Io lo so. Sono i soliti idealisti che continuano ad agire per pianificare il sistema, sono “gli egualitaristi” che hanno abolito la meritocrazia e l’autorità. Anzi hanno pure cambiato il modo di chiamare le persone(paramedici).Come se un sagrestano venisse definito paraprete. Per quanto riguarda il primario facente funzione, è errato, perché a tutti gli effetti si chiama “il sanitario responsabile” scelto tra i medici dell’equipe con più anni di servizio, in attesa di concorso a “direttore di struttura complessa”. Concorsi che non si fanno, per mancanza di fondi regionali: per cui conviene pagare un medico responsabile, piuttosto che un primario il cui appannaggio risulta superiore. E poi quando si fa il concorso, chi viene a fare il “direttore”? Uno sconosciuto, a volte pescato tra i medici che già vi sono. UNA VOLTA VENIVANO DALLE UNIVERSITA’ ED ERANO PORTATORI DI SCIENZA E PROFESSIONALITA’. Ora che le università si sono moltiplicate come funghi dopo la pioggia, non bastano nemmeno da loro, i medici, figurarsi se ambiscono venire a Popoli o Sulmona. E’ tutto cambiato, caro Campea (cognome popolese?) se ne faccia una ragione. Ammalarsi da queste parti è un azzardo.Meglio conservarsi la salute piuttosto che ridursi a farsi curare in un ospedale. A volte è un rischio .

  3. Ma ma ma altra testata riporta di un ricovero nello stesso reparto con trattamento completamente diverso. Illuminateci

  4. Il problema è proprio questo, la mancanza di responsabilità del personale… e poi si lamentano se vogliono chiudere i reparti… Fa bene chi va a vivere all’estero!

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