La solitudine del pastore

Aveva ventitré anni, appena, Ousmane. Un fornello per cucinare, un lavello con l’acqua solo fredda e una brandina in un stanza tre metri per quattro, ricavata nei locali per la stagionatura di un ex caseificio. Senza riscaldamento e con una finestra che dava nel capannone. Un buco nel quale ieri ha trovato la morte, intossicato dal monossido di carbonio sprigionato da un falò acceso in un bidone dentro la stanza, come le prostitute agli angoli delle strade di periferia, per farsi caldo e coraggio.


Alloggio per pastori, lo chiamano: un pezzo di medioevo che resiste sulle montagne dimenticate dell’Abruzzo e dagli stessi abruzzesi. Perché dei mille ancora che “pasciono le pecore”, nella regione della pastorizia, trovarne di pastori autoctoni è praticamente impossibile. Prima erano i macedoni e i rumeni ad occuparsene, ora, dopo l’esodo dei comunitari verso le più promettenti montagne francesi, sono rimasti perlopiù africani. I nuovi immigrati, i nuovi “schiavi”.


Non sappiamo se Ousmane Kourouma, ventitré anni appena, fosse uno di questi: se avesse un regolare contratto, se fosse assunto e di quanto fosse il suo stipendio. Sarà compito dei carabinieri e della magistratura accertarlo. Ma certo la sua non era una vita facile, non era quella della terra promessa quando decise di venire nel Belpaese, probabilmente a bordo di un barcone. La sua vita non ce la racconterà nessuno, in fondo: sappiamo di lui che era residente formalmente a Firenze e che dal luglio scorso si era trasferito a Goriano Sicoli con le trecento pecore che gli aveva affidato il suo datore di lavoro. Vita sociale non ne aveva, raccontano gli abitanti del centro subequano, una ragazzo schivo e riservato che di tanto in tanto appariva sulla strada della stazione dove era la sua stalla, la sua casa, la sua vita. E dove ha trovato la sua morte.


Nessuno che gli chiedesse “come stai”, che si preoccupasse davvero per lui: qualche giorno fa si era recato in ospedale perché non si sentiva bene. Giù dai monti fino a Sulmona lo aveva accompagnato il suo datore di lavoro, che lui aveva solo una bicicletta con cui muoversi. E poi niente più, neanche un “riguardati”.
Ousmane aveva freddo l’altra notte: la febbre e i brividi, quelli dell’influenza e quelli delle basse temperature della montagna. Ad ottocento metri di altitudine, solo in una stanzetta dove si stagionavano i formaggi.

6 Commenti su "La solitudine del pastore"

  1. Distorsione visiva | 24 Novembre 2019 at 10:24 | Rispondi

    Perché etichettare con la dicitura “nuovi schiavi”? Se aveva regolare contratto collettivo nazionale con tutto quello che gli spettava dì diritto non vedo dove sta lo “schiavismo”. Attenzione ad usare certi termini

  2. Distorsione : il giornalista usa il termine schiavi in senso generale non al singolo caso ! come definire chi fa lavori durissimi che nessuno vuole fare in condizioni disumane ? Schiavi e’il termine giusto ‘. c è poco da difendere e farci tornare i conti per lavarci le coscienze ….siamo una società sbagliata .Punto

    • Distorsione visiva | 24 Novembre 2019 at 11:35 | Rispondi

      E no, schiavo allora è anche chi da Sulmona si alza alle 4 di mattina per andare a lavorare a Roma e ritornare a notte. Certi termini per me sono strumentalizzati se usati in determinati contesti. Oppure vogliamo parlare degli schiavi laureati che vanno a fare i lavapiatti a Londra? Se poi mi si parla di Belpaese, di terra promessa, ecco che il cerchio si chiude. Lei parla di condizioni disumane, ribadisco, se aveva regolare contratto nazionale con tutti i diritti, non vedo perché utilizzare il termine “disumano”. Poi non credo che anche in altri ambiti lavorativi, il tuo datore di lavoro si preoccupi se hai un tetto o se arrivi a fine mese o se hai il mutuo.

      • Il termine schiavo, tra virgolette, è utilizzato per indicare una categoria di lavoratori, soprattutto immigrati (ma non solo), che vivono in condizioni disumane e vengono sfruttati. Come si precisa nell’articolo, subito dopo, non è detto, e non è stato ancora accertato, se in questo caso il giovane pastore fosse uno “schiavo”, di certo non viveva in condizoni umane. E questo dovrebbe farci riflettere, tutti. Senza dover per forza criminalizzare il datore di lavoro

      • Un pastore deve vivere e dormire vicino alle pecore in sua custodia: pronto a qualsiasi evenienza.
        Dargli cibo, pulizia stalla e mungitura la mattina presto.
        Il datore è dovuto a dargli una sistemazione decorosa e soprattutto…calda!
        P.S.
        Mai sentito che laureati italiani facciano i lavapiatti a Londra perché in miseria accontendantosi di un piatto con un po’ di cibo rimasto e dormendo al sottoscala!

  3. Il punto è proprio questo… Tutti bravi a parlare/scrivere, a giudicare, a sentenziare, ma chi di noi è realmente interessato a quello che succede alla Povera gente

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