La stagione che torna

La stagione che ritorna, la stagione che riappare, la stagione che ti torna incontro, la vita che sembra chiudere quei suoi cerchi che mai chiude. S’intitola La staggione c’arevè il libro postumo di poesie in dialetto di Vito Moretti (1949-2019) da poco pubblicato da Tabula fati. 

È un volume piccolo, sottile, fatto tutto di soli inediti, e ci si consegna come uno scrigno con dentro una poesia tutta raddolcita dai sapori della malinconia.

Rispetto alla parte più nota della lirica in dialetto di Moretti, le poesie de La staggione c’arevè si presentano “più brevi e più leggere”, come osserva Daniela D’Alimonte nella presentazione: ed è vero, è proprio così: è come se le cadenze che abbiamo amato in opere come ‘Nnanze a la sorte (il momento più emblematico e il vertice insuperato della lirica in dialetto del poeta abruzzese), scorressero qui con identica indole e però con diversa complessione. 

La malinconia è il sentimento primo in questo libro di meditazioni, di amarezze, di momenti di rifugio, e di una sapienza del vivere maturata nella solitudine di una parola che torna ogni volta a constatare che non si può andare oltre la durata delle cose e nemmeno oltre le cose stesse, semplicemente perché la vita che viviamo è sempre più forte di noi.

Per Moretti il dialetto non era tanto la lingua delle radici (che è idea retorica e retriva), ma era la lingua (da creare, da nutrire, da ossigenare) del radicamento, anche drammatico, nel vivere.

Un vivere inteso anzitutto come sforzo strenuo di rendicontazione e di consapevolezza; e un radicamento che vuole essere testimoniato (detto) con le parole più intime e più intrinseche alla vibrazione fondamentale di una vicenda esistenziale. 

Da questo punto di vista, La staggione c’arevè è anche un libro che si riallaccia fortemente a tutta la scrittura in dialetto di Moretti. E c’è anche un indizio che conforta questa ipotesi. 

In apertura de La case che nen ze chiude (Tabula fati, 2013) c’è infatti, palese e però poco vistoso, un corpuscolo verbale che, se soppesato con occhio non corrivo, rivela di racchiudere quella che può essere una traccia assai proficua. 

Si trova – quel corpuscolo – nell’epigrafe dettata da Moretti quale ingresso a quel volume cui aveva destinato la sua produzione “in dialetto” (e “non dialettale”, per citare Ernesto Giammarco). 

Il fuoco di maggiore interesse di quel corpuscolo sta, nello specifico, in questo dittico:

“Na vite ch’à state / na vite ch’aremane”.

Non è un elemento esornativo: ha viceversa l’aria di rimandare a un punto strutturale. 

Quelle parole mostrano in effetti di recare in sé una condensatissima dichiarazione di poetica: la parola del dialetto è l’istmo conoscitivo che produce lingua nel rapporto tra i sedimenti memoriali (la vita che è stata) e le esperienze del presente (la vita che resta). 

Per questo la lingua non può che essere, come nel caso di Moretti, quella delle origini, quella più interna, ma pure quella da far vivere in una fioritura mai suddita di soverchi rigori conservativi. Una “fontana di rustico amore” da lasciar cantare in modo aperto.

Nel rapporto tra la “vita che è stata” e la “vita che rimane” si situa la dimora di una perpetua crisi generativa, intima. 

È in quel punto di intersezione che ha sede la sorgente del rovello e del consuntivo, il foglietto epiteliale che rimodula e ripensa la voce della vita trasformandola e traslandola in voce lirica.

Simone Gambacorta

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