La Storia di Anna

La “Storia di Anna” potrebbe essere quella della nostra vicina di casa, quella signora con l’accento del Sud che si è trasferita al civico in fondo alla strada. Quella che non saluta e abbassa lo sguardo quando la si incrocia al supermercato. Quella che “maleducata chi si crede di essere”.

Moglie, chissà, di un uomo d’onore che è stato ucciso, magari dopo che aveva trasferito la famiglia nel paese in cui era detenuto. In fondo alla strada di via Lamaccio, al civico senza numero. Chissà.

Anna non ha un nome e una vera identità: la sua la deve nascondere per fuggire alla caccia delle famiglie, dopo quella scelta di libertà che l’ha rinchiusa dentro una prigione invisibile. Quel giorno che ha detto basta, che ha fatto le valige di notte, caricando sull’auto le figlie e due secchi di vernice del colore delle pareti di casa sua. Per sentirsi nei rifugi a casa sua.

Dei tanti 25 novembre, quello che verrà proposto oggi alla Comuniteca (ore 17,30) e prima ancora agli studenti al cinema Pacifico (ore 10), da Libera, è forse quello più toccante e meno conosciuto. Perché l’anonimato, per queste donne che hanno ripudiato il sistema mafioso, è un’esigenza di sopravvivenza. Nessuna altra opzione.

Alessandra Ziniti, giornalista di Repubblica e scrittrice, che le suole delle scarpe della professione le ha consumate in Sicilia seguendo i processi istruiti da Falcone e Borsellino, racconta la “Storia di Anna” e di altre donne che, come lei, si sono trovate e si trovano ancora oggi a vivere nella paura e nella fuga, costrette a strappare le proprie radici. Senza più un’identità, un luogo, una confidenza d’amore. Senza assistenza e aiuto dallo Stato, fuori dai programmi di protezione (perché tecnicamente non collaboratrici), aggrappate all’unico scoglio di speranza che don Luigi Ciotti e Libera hanno lanciato nel mare dell’indifferenza con il progetto “Libere di scegliere”.

Sono storie di violenza che non è solo fisica, non è solo psicologica, non è solo economica. Non è solo quella degli uomini, ma spesso di donne su donne, di madri e suocere che non hanno avuto il coraggio di dire basta e che del sistema mafioso custodiscono ed esercitano la cultura: “Se un giorno entrerà un killer nella mia camera da letto, ricordati che a mandarmelo è stata sicuramente mia madre”.

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