La violenza assistita: dal femminicidio al figlicidio

Non è stato semplice, ancora ubriachi delle feste natalizie in corso, ascoltare la notizia del piccolo Daniele che ha trovato la morte per mano del padre.
L’ attenzione mediatica nei confronti delle donne vittime di violenza di genere troppo spesso oscura le nefandezze che si compiono nei confronti dei figli. I bambini sono vittime alla pari delle loro madri, con l’aggravante che non possono difendersi né denunciare. Un uomo violento non può essere un buon padre: questa semplice enunciazione dovrebbe condurre i giudici sulla giusta strada. Non esiste un uomo violento con la propria donna che non lo sia anche con i propri figli poiché l’agire violenza sulla persona di riferimento del bambino è come agirla sul bimbo stesso. Si chiama violenza assistita, fa parte di quel nutrito gruppo di forme di violenza che gli uomini fanno nei confronti delle donne. Il bambino che assiste al maltrattamento all’interno delle mura domestiche è un individuo che vive perennemente una condizione di stress e di allerta che mina alle basi la sua crescita psicologica e fisica. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha mostrato che il 60% degli individui che, in epoca adulta, soffrono di dipendenze, di patologie psichiatriche e di altri disagi sociali sono stati vittime di violenza assistita o diretta all’interno della propria famiglia di origine. E’ un dato che deve far riflettere perché il bambino è il germe della società futura e deve essere protetto e curato più di ogni altro individuo per far crescere una società sana e forte.

I figli sono per lo più il mezzo preferito di ricatto dell’uomo sulla donna; attraverso i figli l’uomo punisce la donna, la atterrisce, la rende inerme e sottomessa ai propri voleri alla stessa maniera, anzi di più, delle botte o di tutte le altre forme di violenza. Ogni volta che ricordiamo un femminicidio dovremmo parlare anche del “figlicidio” che spesso l’accompagna come nel caso di Teodora e di molte altre donne. Dovremmo gridare forte, indignati, i nomi di quei bambini e quegli adolescenti che muoiono al posto della propria madre per il semplice gusto di soddisfare il bisogno di vendetta paterno. E’ per questi e per molti altri motivi che non si dovrebbero consentire gli incontri “protetti”, che poi protetti non sono come nel caso di Daniele. Un padre che è stato allontanato dalla donna perché violento non può e non deve avere la possibilità di incontrare i figli anche soltanto perché, se per quei figli avesse nutrito rispetto e amore, non avrebbe maltrattato la propria madre. Abbiamo combattuto allo strenuo delle nostre forze contro il DDL Pillon perché evocava la mediazione familiare anche per quelle separazioni in cui si riscontra violenza di genere e abbiamo spiegato che non ci può essere mediazione familiare perché non c’è nulla da mediare di fronte ad un uomo che considera la donna cosa propria e utilizza i figli come se anche loro fossero proprietà privata.

Ed è così che i bambini muoiono, è così che crescono con infiniti problemi, è così che restano orfani perché anche se il proprio padre non muore ma ammazza, nel loro animo si sentono orfani di entrambi i genitori: non si può più considerare padre colui che ammazza la propria madre…è così che si sentiva Daniele che con il padre proprio non voleva incontrarsi!

Invochiamo maggiore conoscenza del problema durante i processi per violenza di genere, facciamo appello ai giudici e agli avvocati affinché utilizzino, nel formulare sentenze, non solo il codice civile ma anche una maggiore consapevolezza, sensibilità e rispetto nei confronti di quella parte della società che non può ancora difendersi e far valere le proprie ragioni.

Il 29 gennaio è vicino; il ricordo di Teodora e Ludovico sarà celebrato per non dimenticare ma anche per ricordare  tutti i Ludovico e i Daniele che  hanno lasciato questo mondo per mano di chi avrebbe dovuto proteggerli.

Gianna Tollis

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