La vita indocile di Luigi Pintor

Nacque cento anni fa Luigi Pintor, che ci ha lasciati nel 2003 e che faremmo bene a considerare come uno dei nostri maggiori scrittori e non solo come uno dei nostri più grandi giornalisti.

Che sia stato un grande giornalista lo dichiara la sua storia professionale nella carta stampata, e basti pensare al Manifesto; che sia stato un grande, raffinatissimo scrittore lo dicono i suoi libri di memorie, che pubblicò quando già era molto noto e che la casa editrice Bollati Boringhieri ha nuovamente rimesso in circolazione in un unico volume dal titolo bellissimo, La vita indocile.

I quattro brevi libri riuniti nella raccolta sono Servabo (1991), La signora Kirchgessner (1998), Il nespolo (2001) e I luoghi del delitto (2003) e certamente ha ragione Riccardo Barenghi quando, nella postfazione, scrive che è difficile leggere qualcosa “di più profondo nella sua essenzialità” della parola di Pintor. 

Quella stessa parola, per intenderci, che si espande (per poi rapprendersi) in quella che Gianluigi Simonetti ha definito come “una scrittura asciutta e antisentimentale” (La Stampa, 23 agosto 2025).

Sono libri che parlano della vita e della morte, semplicemente questo, ma quello che li abita non è un dolore esibito e pacchiano, ma un dolore distante, un dolore decantato e fermo.

Quello che queste memorie di Pintor dimostrano è che il dolore riesce a farsi lingua, quindi esperienza trasmissibile come condivisione dell’umano, quando si asciuga e si sedimenta in una comprensione profonda e meditata. Non esiste atto intellettualmente più avanzato, in questo senso, che l’accettazione.

Il dolore distante è il modo in cui il dolore si fa canto memoriale senza compromettersi con la simulazione e con l’eccesso. È un discorso etico e qui si ha evidentemente una congiuntura tra il Pintor giornalista e il Pintor scrittore. Erano la stessa persona ma non la stessa cosa e questo e quello trovano un volto comune nel Pintor intellettuale.

Nei memoir di Pintor il dolore non si limita a essere la rievocazione poveretta di perdite o di dispiaceri privati, ma diventa l’evocazione della condizione di coloro i quali abbiano vista accolta nel corpo del proprio destino “la vita indocile”, cioè qualcosa che li abbia azzerati.

C’è quindi un’espansione, c’è un allargamento, c’è un’estensione. Ha detto Carlo Ossola, parlando di Servabo, che “la misura degli eventi non è quella della cronaca, bensì della coscienza”. Giusto. E siamo, come si può ben vedere, su un altro piano.

Eppure questa espansione, questo allargamento, stanno tutti racchiusi in una prosa estremamente asciutta.

La scrittura di Pintor non accondiscende a prestarsi quale pretesto per grandi discorsi, né tollera particolari acribie da parafrasi: è quella che è perché sta tutta in quello che dice. 

Parlarne troppo significa parlarle addosso, significa disconoscerla, significa contraddirne l’intima essenza: quell’essenza che, sul piano formale, accetta di darsi soltanto quale essenzialità. 

La sola cosa che avvedutamente si possa fare è ascoltarla (e semmai ragionarne a partire da questo ascolto), lasciarla andare, lasciarla essere, persino lasciarla tacere nel suo nitore.

C’è, in tutto questo, una sorprendente, singolare simmetria tra uno stile e il carattere dell’uomo da cui quello stile discende. Aveva ragione Buffon, “lo stile è l’uomo”.

Simone Gambacorta

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