L’anagrafe dell’anima

Io sono di Spello. Anche se non ci sono nato e non ci ho mai messo piede. Perché diventasse vero ho scritto un libro spericolato, descrivendo pietre e mura del cinturato borgo umbro forse ancor più belle e incantate di quel che già sono. Forse. Se vuoi venire alla luce o vivere in un posto magico non devi vederlo. Solo così puoi pensarlo senza traffico, con parcheggi a volontà e rasati prati sempreverdi. Palazzi e piazze a lucido. Senza spazzatura o inciviltà.

Da dove partire lo decidi tu. Anche perché altri scelgono il nome, il destino invece il cognome. Una legge dello stato fissa dove essere registrato all’anagrafe. Sulla carta d’identità è stampato il marchio di un comune, dove sei stato partorito. Ma poi vai a scuola in un’altra parte, adocchi i primi amori e le amicizie che porterai con te. Allora sarai per sempre di Palermo, anche se il primo vagito è arrivato a Canicattì. O viceversa.

C’è un luogo dell’anima poi, il borgo di tua madre o del papà. Dove da bimbo ogni estate sei andato a prendere il fresco. Per correre senza ansia, da mattina a sera, tra quei vicoli stretti e sicuri. Non come in quel quartiere inzeppato di cemento e di paure, che rinchiuso in casa potevi soltanto spiare dalla finestra, aspettando che tornasse la stagione calda per fuggire ancora al paesello e bagnarti i piedi nel fiume sacro. Ricordi che non potrai mai cassare dalla testa.

L’importante non è da dove vieni, dove sei stato o come sei arrivato. Ma chi vuoi essere. Soprattutto chi sei: Sulmona è la mia città ha detto un’importante giornalista a Il Germe, scatenando l’orgogliosa reazione di chi per anni l’ha vista per le strade di Prezza. Quasi accusando l’intervistatore di aver cancellato le origini del nuovo vice direttore del Tg2 per attribuirgliene altre. False. Come se sulmonesi, prezzani, san Panfilo o santa Lucia avessero poi qualche merito per la sua brillante carriera. Mah.

Ora funziona così. Basta essere paesani di Leonardo da Vinci per diventare geni planetari. Quando si raccontano storie l’attenzione dei lettori finisce spesso su particolari che possono trasformarli in attori protagonisti, pur essendo soltanto delle comparse. Spettatori furenti e nemmeno paganti.

Ognuno può essere di dove gli pare. Di dove gli garba. Senza essere banali nelle risposte. Scontati. Falsamente originali. Non affermando, per cortesia basta, di essere cittadini del mondo. Sono strasicuro che una donna intelligente come Maria Antonietta Spadorcia non lo ha mai detto. Né pensato. Mai.

Dylan Tardioli

1 Commento su "L’anagrafe dell’anima"

  1. Esattamente chi pensa di essere cittadino del mondo può immaginare di essere di qualsiasi posto senza tener conto della realtà, della storia e della tradizione del paese che ti ha dato i natali. Come se le strade che hai calpestato da bambino, i suoni, gli odori del tuo borgo nulla contassero nella tua vita. Esistono invece luoghi di elezione, magari prossimi al tuo paese di origine. Credo sia questo il caso di Maria Antonietta Spadorcia. L’ho conosciuta a 14 anni, propio al liceo classico. Sempre con la determinazione e il talento necessari per far bene nella professione che ha vissuto con passione sin dall’inizio. Credo molto semplicemente che Sulmona per Maria Antonieta rappresenti la città di provincia che per prima le ha consentito di coltivare un sogno. Dunque è comprensibile l’abbia eletta a città di adozione senza per questo dimenticare le sue origini.

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