Due improbabili conduttori, precursori della stola di showman-girl che dal trash hanno tratto carriere milionarie in tv come in politica, ponevano un quiz ai telespettatori che interagivano dal telefono a ruota sul coffe table in primo piano: se la risposta era esatta una dichiarata casalinga mascherata si liberava di un indumento fino a restare coperta a tarda sera, facendo perdere il sonno a mezz’Italia, solo in rari dettagli minimi.
E’ la sequenza iniziale di Videocracy, un documentario del 2009 rivisto per caso giorni fa. Riporta un quiz televisivo a premi soft-erotici in uno slavato rgb di un’emittente in un imprecisato interland norditaliano della metà anni 80; a rivederlo quarant’anni dopo muove reazioni contrastanti, un misto di imbarazzo per lo scadente florilegio di umana pochezza, di nausea da sovrabbondanza come al banco di carne dell’ipermercato e di pietà che non si sa bene, a rifletterci a mente lucida, se per come eravamo, se per cosa siamo la risultanza o se per quanto ancora gli somigliamo.

Su quello schermo, nonostante la quantità ciarpame a cui ci hanno abituati gli anni a seguire, si fissa a imperitura memoria il buco nero primordiale che ha scatenato la subcultura di massa che ci ha plasmati nell’ultimo mezzo secolo. Rigurgita malamente alla memoria come la ricotta bagnata dal vino l’immagine impietosa della festevole orgia collettiva di quella stagione (che in tanti oggi ricordano con nostalgia), per dedurne senza scusanti quanto il presente sia solo il down dopo la festa, l’after – si chiamerebbe oggi- rimbambito dalla sbornia in cui tocca ripulire i vomiti rinsecchiti sul tappeto.
Era in realtà una tv privata qualsiasi, una delle prime a diventare commerciale, intendendo con tale epiteto la deriva della preesistente tv detta libera dedita a catturare l’auditel a tutti i costi, in barba ai contenuti, per trasformare il pubblico in target di consumo degli sponsor milionari. Intanto proprio in quegli anni la politica si trasformava nello show del medesimo circo mediatico in onda ogni sera e in ogni provincia scendevano in campo autosedicenti imprenditori dell’intrattenimento, il nuovo mito sociale che sugli istinti più bassi faceva la fortuna con culi, rutti e risate crasse.
Tanti piccoli emuli di provincia dell’osannato Re delle Tv Private, Il Silvio Berlusconi che avrebbe assunto a sè le frequenze disponibili grazie ad una legge su misura, scalando rapidamente il trono politico e culturale di un’intera nazione per padroneggiare la scena per decenni.
Il trash, ovvero l’immondizia, era il vulnus del successo, tanto più totalizzante quanto più scadente, casalingo, artigianale, neorealistico senza essere artistico: offerto apparentemente a gratis per essere alla portata del più sfigato consumatore, che potesse agognare anch’egli la Grande Orgia sui teleschermi e diventare ricco come il padrone dei media e del paese.
Lo spiattellamento del corpo femminile che del trash costituiva la sostanza, da valletta sempre meno coperta a sexy toy in lingerie bucherellata, a rivederlo col senno di poi, non muove tanto imbarazzo per una moralità ormai desueta quanto perché nello squallore e nella volgarità più pruriginosa dimostrava come la finzione cominciava a inquinare la realtà, fino a sottometterla.
Nei saloni dorati di imprenditori nascenti, futuri e vecchi volponi, faccendieri, facilitatori, portaborse, maistress e aspiranti figuranti, la mondanità dei nuovi vip s’involgariva di letterine, olgettine e veline in lingerie spinte, condite di gamberetti in salsa rosa e cocktail di scampi e, per digestivo, vassoi d’argento di polverine bianche per nasi voraci.
Lo spettacolo diffuso dalle tv commerciali rimandava alla festa privata per i privilegiati del dietro le quinte, fotografata dai paparazzi di nuovo conio -in breve evoluti in ricattatori di basso borgo-, puttanieri e slave sessuali per i vizietti del ruffiano di grido, in prima pagina sui rotocalchi di gossip in cima alle classifiche di vendite. Le pagine patinate divorate come oggi i video di TikTok nelle sale di attesa di parrucchieri e medici condotti erano la nuova bibbia del mondo di finzione, paranze e cotillon da agognare incollati alla tv: la cultura invece, etica, morale, critica, pensiero, partecipazione politica e umana prossimità, diventava materia da pippe intellettualistiche di nostalgici di una vetero etica non più condivisa.
I decenni che ne sono seguiti come espansione decuplicata del format originario così tanto di successo, ha divorato nel nome di quel che piace alla gente qualsiasi presidio culturale, rigurgitando nello show spammato ad ogni ora, la battuta crassa, la mano morta impertinente, il capezzolo celato dalla stellina di porporina e tutta la volgarità tenuta fino ad allora sopita nei ventri segreti dei peccati da confessionale.
Ora se tutto questa materia nauseabonda fosse solo lo scheletro nell’armadio delle generazioni che ci sono cresciute, poco male, finirebbe con loro: se non fosse che invece si è riversata a nutrire il lordume dei nuovi media di massa, dando la stura anche al più misero consumer che, allevato con quel mangime, lo rivomita sui social pur di provocare alla volgarità e scatenare la finzione di lite senza ragioni e senza esiti.
Cosicchè si fa fatica a riconoscerne gli epigoni, a collegare i puntini fra quanto siamo stati e quanto siamo diventati. Evidente che con l’emergere delle prime puntate della saga degli Epstein files ancora ai primi episodi i cui ributtanti epigoni sono tutti da indagare, si fatica a indignarsi della compagine di potere ad alti livelli che nemmeno il più ossessionato complottista avrebbe potuto delineare.
Non è un caso che le testate più importanti evitino di approfondirne i misteri e che la politica ci distragga altrove con amenità di avanspettacolo quotidiano: dietro le quinte del rivelato ribolle tutta la merda accumulata in decenni di evasione deteriore, consumi sfrenati e rincorsa al successo.
Quello stesso successo che si rivela adesso come l’aberrante deriva di chi lo scala, srotolando un rosario vergognoso di soprusi, violenze, arroganza e deviazioni che si immortalano nella più imbarazzante pagina della storia presente come in una cena di Trimalchione, a stigmatizzare la definitiva debacle dell’Impero d’Occidente, che della cultura si vantava di essere maestro al mondo.
Antonio Pizzola
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