L’Assedio

E’ un virus bastardo, questo. Colpisce la condivisione, la socialità, lo scambio, come i terroristi fondamentalisti negli attentati più efferati. E, più di questi, isola, divide l’uno dall’altro come un duce esperto, costringendoci soli e reclusi a una regola spaziale nuova, il segmento esatto che misura la gittata del nostro sputo, la distanza di sicurezza.

In pochi giorni ci ha stretti in assedio. Lui fuori, invisibile e onnivoro, e noi dentro, ciascuno nel suo dentro, a distanza misurata, nella personale aura di un metro tutt’attorno, improvvisamente diventata gabbia. Retrocedendo giorno dopo giorno, le zone rosse, i comuni, i quartieri, le case, in un risucchio rapidissimo dentro una zoomata in moviola fin sul letto in camera.

Lasciandoci li, spaesati e sperduti come Dante appena caduto all’Inferno.

Paura, per prima. E’ connaturata in ogni animale circondato, che retrocede inerme al branco carnefice, sbandando verso un rifugio. Non è nuova la Paura. Abbiamo imparato ad annusarla da qualche tempo, vista montare in un’escalation compulsiva, urgenza dopo urgenza, catastrofe dopo catastrofe, notizia ferale dopo notizia ferale. Piccolo divieto dopo piccola limitazione. Eravamo già malati, molto prima che Corona ci attaccasse.

Quasi da provare ora un inconfessabile brivido di sollievo, finalmente il nemico c’è, è reale, dà un fondo all’estenuante litania che l’ha preceduto e un nome ai fantasmi da più parti evocati.

Indifesi. L’esercito che il Nemico ha trovato sulla cinta di difesa è solo un manipolo di anticorpi rincoglioniti da un letargo infinito, inebetiti dal bombardamento continuo, ubiquo ed onnivoro delle nostre miserevoli vanità buttate a rimbalzare da un terminale all’altro.

Ed ha fatto man bassa. Si è infiltrato in un what’s up una mattina di inverno, una notifica social, un link a un forse fake, contatto di contatti e in poco tempo era dovunque, aereo, senza dimensioni, peso, consistenza. Come il bit che l’ha portato. Senza manco un pensiero micragnoso in dotazione. Zero. Solo Vita, ma vita di un Universo Parallelo, infinitesimamente più piccolo che, a matrioska, ci vive dentro. E da dentro ci divora.

Ma il bunker reggerà, ci diciamo, o meglio ci preghiamo addosso da una videocall all’altra. Dentro e soli siamo al sicuro?

Ma una volta Dentro, a fiaccarci ancora arriva il Tempo. Che si dilata in frazioni infinte a comprendere tutto, riduce lo Spazio attorno in anfratti di rifugio che puzzano dei nostri umori, mostrandoci nudi e sfatti allo specchio delle nostre abitudini.

Alieni all’immagine ricorretta del selfie in pantofole che spariamo in bit infettando l’etere. Altro dal sorriso di circostanza che ci riuniva a tavola le rare volte in cui ci sedevamo accanto, distratti dall’ansia di correre di nuovo ai nostri schermi, dove gli altri aspettavano lanciando poke di adescamento.

Il Tempo impietoso ci svela l’inconsistente ragnatela di parole e immagini che ci tiene connessi alle immagini immateriali al di là dello schermo e che tiene in ostaggio le nostre emozioni. Per svelarci che quella ragnatela di connessioni non ci conforta più.

Non sana il ticchettio imperioso del pendolo, anzi, ingigantisce le ombre enormi del Nemico sulle pareti, è un fiammifero all’ansia. Nessun conforto dalla voce gracchiante dell’auricolare o dal cuoricino rosso del commento amico, nessuna soddisfazione dal corpo in calore a due dimensioni che cerchiamo annoiati sul monitor nel silenzio delle emozioni.

Il Tempo dilatato monta il desiderio negato di toccarsi in una sensazione nuova, o che è forse solo riscoperta da un passato accantonato, improvvisamente diverso anni luce dall’oggi. Ma il desiderio impedito è dolore e il dolore ci è alieno e odioso quanto il Tempo che lo genera. Per salvarcene dobbiamo uccidere il Tempo, non viverlo, questo è quello che ci siamo allenati a fare, questo quello che sappiamo fare.

Il mantra ossessivo nella dilatazione rallentata dei minuti è solo uno: cosa faccio?

La risposta di nuovo la stessa, cediamo al Nemico.

Che è già entrato nel disinfettante spruzzato nel loop compulsivo, pulisco-tocco-pulisco, nella mascherina prima di uscire che chissà se sicura, nel sospetto sulla mela prima di sbucciarla, sul dito che ha toccato il guanto, che ha digitato il pin, che ha sfiorato la verdura, che ha raccolto germi che al mercato mio padre comprò.

Per scoprire nel nostro io più sincero che il Dentro non è la nostra zona confort ma solo un’illusione, perché, a dirsi la verità, il Dentro è stato finora solo il luogo da cui fuggire, il fuoco da cui si diparte la forza centrifuga. Riempiendo spazio e tempo di vuoti accatastati l’uno all’altro fino a farne massa, ci siamo nutriti di bugie spacciate per certezze, sto bene da solo, sto bene con te, mi basto, corro, faccio, colleziono amici, mi impegno, rispondo, trasmetto, multiconnetto.

Sto, invece, mai.

Da quanto tempo non stavamo seduti in un pizzo di casa a guardare la stanza? E quel pizzo cos’è? Chi l’aveva mai visto a quest’ora illuminato da quel raggio di sole? E il convivente che il coprifuoco ha fotografato accanto a noi, per un diritto acquisito, per una consuetudine o magari solo per un incredibile scherzo del destino, chi è davvero? Quanto sono pronto a condividerci ogni momento della mia reclusione, i cedimenti e le euforie riparatorie? Quanto lo desidero e quanto invece è solo un tampone di non-detto al vuoto di senso che mi circonda?

Questo il Presente dei giorni dell’assedio, una lunga espiazione dalla Paura di vivere.

Che fra un po’, ancora qualche ora e ci porterà pian piano all’unica domanda che ha un senso in questa autodichiarata quaresima dentro noi stessi: come riabbraccerò chi adesso sto desiderando di abbracciare, non appena dallo schermo il Nemico sarà dichiarato sconfitto?

Antonio Pizzola

1 Commento su "L’Assedio"

  1. Il critico..... | 15 Marzo 2020 at 1:48 pm | Rispondi

    Costretti ad una vita surreale……

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