
“Sembrano un branco di matte” commenta l’anziano seduto sulla panchina della Villa comunale: un fiume di donne, principalmente, e uomini, che camminano e saltellano con una cuffia sulla testa.
La musica nelle orecchie, l’energia nelle gambe. Il silenzio fuori.
Non potevano scegliere un flash mob più indicato quelli dell’associazione La Diosa che insieme alla Fitness e Benessere e all’istituto Vico, hanno inaugurato ieri il mese contro la violenza sulle donne. Una cardiocamminata per la città con la regina indiscussa del fitness Jill Cooper per ribadire il legame inscindibile tra corpo e spirito, tra fiducia di sé e libertà.
“Guardare la silent camminata equivale a guardare le giovani generazioni che si muovono seguendo un ritmo di vita a noi sconosciuto – spiegano gli organizzatori – ma soltanto perché non riusciamo ad ascoltarlo, perché non vogliamo immaginarlo”.
E’ la sintesi più azzeccata, oggi, per una città che si è svegliata con i “mostri” in casa: ragazzini e al massimo adolescenti, che hanno scritto una delle pagine più orrende della cronaca, non solo di Sulmona.
Perché lo stupro di gruppo e i ricatti a cui è stata costretta una ragazzina di dodici anni per mesi, è forse anche il frutto dei tanti seduti alla panchina. Che non ascoltano e giudicano, che preferiscono ridurre a follia, o al massimo a storia di emarginazione, il disagio sociale.
Domani, con il primo interrogatorio di garanzia ad uno dei tre rinchiusi in carcere (il diciottenne), inizierà il lungo percorso verso la verità.
Ma l’aspetto giuridico, le condanne dei tribunali, è forse quello che conta di meno in questa vicenda che restituisce uno spaccato sociale che, come quell’anziano sulla panchina, non riusciamo a comprendere.
Una generazione abbandonata alla piovra della Rete, rinchiusa nelle gabbie di telefonini con i quali e dai quali vengono vomitati senza filtri violenza e sesso. Dove le regole non esistono e non c’è percezione del valore e dei rapporti umani.
Lo si comprende leggendo le chat dei ragazzi e ragazzini coinvolti in questa orribile storia, nelle quali lo stupro è prospettato come naturale manifestazione del piacere, a volte persino dell’amore, e dove il ricatto, la gogna dei social, è l’unico senso del pudore.
Bisognerebbe indossare quelle cuffie e ascoltare. Camminare e saltellare insieme.
Forse se uscissero i nomi capiremmo che non sono sulmonesi veri….
ah beh, perchè se sono stranieri allora è tutto più accettabile vero?..magari sono nati e cresciuti a Sulmona e hanno tra le schiere di amici tutti sulmonesi, ma se hanno un cognome est europeo allora no, quelli si sa che sono tutti stupratori vero?…signora, la ringrazio perché lei è l’esatto esempio di quello che è scritto nell’articolo: il prototipo del panchinaro menefreghista.
Purtroppo non è una questione di etnia ! Leggi i giornali e vedi che queste cose non hanno colore età e luogo particolare !
Siamo la società dei genitori che non capiscono di aver messo in mano ai bambini un mostro chiamato telefono , tra qualche anno saranno vietati ai minori ma nel mentre le cavie sono la generazione attuale !
Ma pensa davvero quello che ha scritto?
Allora c’e’ ancora tanto, ma tanto, da lavorare….
Perché i sulmonesi sarebbero la faccia pulita di questa brutta storia…
Questo commento è anch’esso una brutta storia.