L’opera “totale” di Daniele Campea, Macbeth presto al Macro di Roma

“A che punto è la notte?” chiede Macbeth.

Il tono spettrale. Quel bianco e nero, profondi nel contrasto, si fondono quasi. L’idea resa in un gioco ben riuscito di luci e ombre.

“Macbeth. Neo Film Opera” (Distribuzione Indipendente) è uscito nelle sale italiane poco più di un mese fa e, come “opera d’arte” qual è, approderà presto al Macro di Roma, probabilmente anche al Maxi. Per Daniele Campea, regista, compositore e sceneggiatore di Popoli  di stanza a Sulmona, il suo primo lungometraggio sta portando fortuna, contrariamente a quanto si ritiene nel mondo del teatro dove l’opera shakesperiana diventa “innominabile” addirittura. La musica è la prima protagonista sostenuta dalla “colonna visiva” e non il contrario. Il “neo film opera” è un genere che punta all’equilibrio nella rappresentazione dei diversi generi artistici per farne un’opera totale, come la tragedia greca, fonte d’ispirazione per il giovane regista.

Macbeth è stato girato in soli otto giorni per rientrare nel budget (7mila euro), ma con un montaggio costato 6 mesi di intenso lavoro. Un lungometraggio girato tra le pareti della fabbrica abbandonata dell’ex Heineken di Popoli, già scenario di una rappresentazione teatrale dell’opera a cura di Claudio Di Scanno. E da lì nasce l’idea di un film all’interno del quale sono rientrate buona parte delle figure che hanno contribuito a quell’esperienza teatrale. Un cast ch

e si converte, seppur rendendo la stessa trama, a un diverso linguaggio, quello cinematografico. Così ad interpretare Macbeth c’è per la prima volta una donna, Susanna Costaglione, scelta “Non solo perchè donna- spiega Campea-, ma perchè potente. La donna è più empatica, ha una migliore capacità di relazione, di immedesimarsi nel personaggio, senza di lei il film non ci sarebbe stato”. A supportare la coinvolgente interpretazione dell’attrice ci sono altri interpreti di indubbio valore come Irida Gjergji, Claudio Di Scanno e Franco Mannella. Un progetto finanziato dalla Fondazione PescarAbruzzo e sostenuto, nella logistica, da diverse realtà tra le quali il Comune di Popoli. Le scenografie poi, così come gli oggetti di scena, sono state curate da Gianni Colangelo (in arte Mad) e Antonella Pal, anche loro artisti peligni. Vien fuori, quindi, che l’opera, attualmente in giro per l’Italia, è stata realizzata grazie alla condivisione unitaria di un’idea da parte di più figure artistiche.

Laureato in filosofia e passato poi al cinema, Campea si forma in parte presso la vecchia Accademia dell’Immagine dell’Aquila e in parte facendo da sé. Una passione, la sua, che nasce fin da bambino, “a 7 anni” ricorda, quando visionava con curiosità vecchie videocassette, il  “buon cinema” del papà. Il fascino delle immagini lo accompagna negli anni verso il primo cortometraggio “Ritratto dal vero” passato nel 2011 anche a Cannes come anche “Baul” approdato nel famoso festival solo tre anni dopo. Il 2018 è l’anno d’esordio di un Campea che si sperimenta nel lungometraggio. E il futuro è carico di progetti. C’è in programma l’adattamento del romanzo “Esecuzione” della scrittrice abruzzese Angela Capobianchi, un thriller che dovrebbe ruotare attorno alle note di Chopin; torna con forza anche una vecchia idea: “Le Baccanti”, pensata come l’evoluzione di MacBeth per sperimentare ancora la resa della tragedia greca.

Mentre la mente viaggia, le immagini prendono corpo, a settembre oltre che al Macro MacBeth approderà anche in Valle Peligna. Il rapporto con il territorio è per Campea essenziale perchè “vivere in una grande città non mi avrebbe consentito di fare questo tipo di lavoro- spiega-. Sulmona è  a misura d’uomo, tranquilla, giusta per lavorare, per permettere

un’immersione nel lavoro. In Abruzzo- aggiunge- c’è una forte inclinazione alla riflessione, una mentalità che non hanno in altre regioni, un rapporto viscerale con la terra, primordiale”. Un Abruzzo, nei fatti, fortemente rappresentato nella sua opera, dal forte impatto emotivo, che prende nella pancia: “Io girerei tutto qui”.

In 50 minuti si condensa tutto questo e se l’intenzione era un’opera d’arte totale di certo il “prodotto” può dirsi ben riuscito. La musica di Giuseppe Verdi in contrasto con i notevoli arrangiamenti elettronici, che portano la firma del regista,  esaltano con il sostegno delle immagini la “follia” del potere a tutti i costi. E questo, se è permesso, è un forte messaggio anche sociale.

Simona Pace

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