
Sulla carta, almeno, per i giudici deve dare assistenza agli anziani, ma della “compagnia dei giovanotti” che sono ospitati in una casa di riposo di Sulmona, lui, probabilmente, è il più anziano: 93 anni e una condanna a tre anni e otto mesi di reclusione sul groppone.
Beneficiario della messa alla prova su indicazione del tribunale di Sulmona e accoglimento del tribunale di Sorveglianza dell’Aquila.
E’ la storia singolare di un anziano di Castelvecchio Subequo, condannato a marzo dello scorso anno per maltrattamenti in famiglia, ovvero per aver picchiato, vessato e considerato come proprietà la moglie per quasi sessanta anni. Dal 1960, anno del loro matrimonio, al 2019, quando, proprio nella giornata internazionale dei diritti delle donne, l’8 marzo, la coniuge venne picchiata brutalmente, tanto da convincerla a denunciare quella vita di soprusi passata tra le mura domestiche.
Lo scorso anno quindi la condanna da parte del giudice Francesca Pinacchio a tre anni e otto mesi di reclusione, diventata definitiva dopo la decisione del legale dell’uomo, Alessandro Margiotta, di non ricorrere in Appello per evitare, a quell’età, di affrontare altri gradi di giudizio.
Pena per reato ostativo che, nei fatti, non può beneficiare della condizionale e della sospensione e che quindi deve essere scontata.
L’età e le condizioni di salute del novantatreenne, però, non consentono la reclusione in carcere e la presenza della moglie, di nove anni più giovane di lui, in casa, impedisce la detenzione domiciliare.
Di qui la decisione dei giudici di accogliere la messa alla prova destinando l’anziano ai servizi sociali, ovvero nella casa di riposo di Sulmona.
“In realtà si tratta più di una detenzione nella struttura che di impiego nei servizi sociali – spiega l’avvocato – perché l’anziano ha bisogno egli stesso di assistenza”.
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