Miscia, com’è bello disubbidire alla realtà

Sono passati cinquant’anni da quando Eraldo Miscia pubblicò con Rusconi Il Gran Custode delle terre grasse, romanzo che aprì la trilogia proseguita con Rosaria e il bambino (1977) e con Il Nazareno (1979).

Il libro torna ora a cura di Lucilla Sergiacomo per le edizioni Carabba di Lanciano, città dove Miscia nacque nel 1920 (è morto a Roma nel 1983).

Il troppo velocemente dimenticato Raffaele Crovi ricordava che il romanzo, che aprì la “maturità d’autore” di Miscia, è “ambientato nel paese immaginario di Marciano, le cui terre grasse altro non sono che il cimitero”. 

Leggere questo libro, per molti aspetti ancora brillante, fa venire la tentazione di dire che anche l’Abruzzo, nel suo piccolo, ha avuto il suo Cent’anni di solitudine: ci permettiamo l’accostamento non senza concederci una spregiudicata libertà di manovra, ma può non essere superfluo ricordare che il capolavoro di Marquez uscì da noi nel 1968.

Sergiacomo ricorda che il romanzo rientra nel “filone letterario irrealistico e fantastico”, perché “la narrazione si distanzia dalla realtà ed è sostanzialmente priva di storicità”. Se ne ha pertanto una “immaginosa e stravagante saga familiare – ha scritto Carlo De Matteis – debitrice di una novellistica popolare orale in ambito provinciale o paesano”.

Aveva allora ragione Giacinto Spagnoletti, quando, nel 1975, nel breve e largo testo di presentazione critica affidato al denso risvolto di copertina dell’edizione primeva, scrisse che Miscia “ha completamente ribaltato il mondo dei ‘cafoni’ di Silone e quello storico-sociale di Jovine, ha messo da parte i ‘problemi’ e ha spinto tutto questo statico universo nelle aree sfere della quotidiana follia”.

E meno male, viene da aggiungere. Siamo quindi in un Abruzzo ripensato e sciolto da ogni vincolo, un Abruzzo che viene fatto esplodere nella libertà di un racconto scatenato e vivace, imprevedibile e mosso, con il buio e la luce in continuo controcanto.

Miscia fu accostato da Spagnoletti (non senza una certa generosità) a prime grandezze della nostra letteratura, con la citazione esplicita di nomi come Calvino, Malerba, Manganelli e Bonaviri. Oggi possiamo affermare che la diagnosi peccasse di entusiasmo, ma resta valida per quanto riguarda una possibile genealogia in cui collocare il libro.

È però chiaro che il suo romanzo Miscia volle scriverlo secondo quella “strategia” che porta giustamente Lucilla Sergiacomo a osservare che il libro fa suoi “eventi a sorpresa che continuamente spiazzano il lettore”. 

Esistono narrazioni che hanno l’ingenuità di voler ordinare la realtà (e spiace che questo catechismo sia non di rado enunciato da scrittori pur capacissimi, se non grandi), ma si tratta di una pia illusione. 

L’idea di letteratura all’origine del Gran Custode delle terre grasse sembra essere un’altra: la realtà la si boicotta e la si riscrive con la deregulation dell’immaginazione, e la scommessa sta nel riuscire a inventare un teatro visionario che metta assieme la vita e la morte in un grande e saporosissimo frappè di volti e situazioni allucinanti.

Invece che optare per il racconto che organizza la confusione, Miscia scelse il racconto che si organizza come confusione, che istituisce sé stesso come luogo dello sconfinamento e dello sbizzarrimento immaginativo. Per questo possiamo tuttora gustarne l’originalità.

Simone Gambacorta

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