
L’asfalto: l’asfalto nero, fermo, muto, l’asfalto che improvvisamente sembra poter richiamare il tracciato oscuro di ogni cammino. Il buio compatto che inghiotte il sentiero. Il fermo immagine, il salto, il silenzio. L’indifferenza del destino.
In Tema dell’addio di Milo De Angelis, “studio sulla morte” in poesia che ora torna nello Specchio Mondadori a vent’anni dalla prima pubblicazione, quella dell’asfalto è una delle immagini più distrutte e spietate. È la maschera impassibile dello strappo postremo, il nome accecato e indelebile della parola che non può essere sconfitta, della parola sconfinata.
“Un metro d’asfalto e di nulla / e il respiro è d’asfalto, le labbra d’asfalto, / il silenzio e l’andarsene / sono d’asfalto. L’ultimatum, anche quello, / ce l’ha dato l’asfalto, l’asfalto”.
Questa nuova edizione di Tema dell’addio presenta una breve e importante premessa nella quale De Angelis osserva, tra le altre cose, che “nella morte di una persona amata confluiscono tutte le morti, passate e imminenti”, e che “la morte di una creatura amata crea uno strappo nel cuore della percezione, cambia il nostro sguardo sulle cose, lo getta in un’orfanità definitiva”.
È questo il “tema dell’addio” e sta in questo il profilo fondamentale di quest’opera lapidaria e spolpata che vede accresciuta, a due decenni dalla prima uscita, la portata del gelo e dell’incandescenza che sprigiona nella sua apnea insonorizzata: in questo libro zenit si tocca più che mai quella che Arnaldo Colasanti ha indicato come “la sconvolgente potenza poetica dell’opera di Milo De Angelis”.
Con la morte, però, la partita è sempre in doppio, ed è un doppio strano: è un doppio nell’uno, un doppio al singolare, spezzato, depezzato. È un doppio che non basta (non basta più) a fare due: chi resta si sdoppia e si ricombina in un’unica caduta, perché cade nel proprio restare e cade nel vuoto lasciato da chi è andato via (del resto, più in generale, il doppio è un “tema” di De Angelis, ha scritto Franco Cordelli).
In Tema dell’addio la mutilazione e la perdita strutturano l’intero della vita, scoppiano in un’esperienza inamovibile: quel doppio tempo di un tempo decaduto non fa che rimbalzare di continuo tra un io e un tu, in un’interminata collisione tra due proiettili chiamati dal fato a un “atto unico” e liminare: non si è mai perdonabili, mai degni di grazia e salvezza, con la “morte / che non ha più tempo”.
Una persona muore, una rimane. Cosa si nasconde nella “potenza del minuto contato”? Qual è il “preciso mistero / della febbre alta”? Qual è il suono “dell’ultima/ frase che respira in tutte”?
Il “codice terrestre” di De Angelis è un notturno terminale in nulla lenito e in nulla emendato, un replay che si consegna (e si constata) postumo nel darsi come voce laminata dall’afflizione ed infitta in un suo perpetuo appassire. Sta nascosto in questi versi qualcosa che non finisce mai.
La parola, morsa com’è dalla sua causa prima e ultima, smembrata com’è dal suo continuo consacrarsi e riconsacrarsi alla consapevolezza che “non ha regole, mai, / la via del dolore”, diventa un attraversamento (anche ospedaliero) della “miniera dell’ultimo vedersi”.
Ne sorge un cosmo attremito, suddiviso in sei movimenti o “capitoli”, e De Angelis fa di questa cavità del “frantume” (Luzi), di questa frontiera senza valico, un corpo lirico ricomposto in zoomate conchiuse e stordite, come in un dramma ingoiato dall’avvento di una espiazione tragica.
Simone Gambacorta
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