Oggi ha inizio il Ramadan: dialogo con Latifa Benharara della comunità musulmana

Dopo la Pasqua anomala appena vissuta dai cattolici, toccherà ora al mondo musulmano avere a che fare con la fede e con le regole del distanziamento sociale. Inizia oggi per loro il mese sacro di Ramadan, trenta giorni di digiuno dall’alba al tramonto. E se la quarantena è stata la limitazione delle libertà personali al fine di salvaguardare la salute collettiva, il Ramadan è la simbolica astensione da cibo, acqua e rapporti sessuali durante il giorno, a tutti gli effetti un’astensione per la cura e la ricostruzione dello spirito. Durante questo periodo, infatti, i musulmani devono astenersi dal cattivo pensiero, parole e azione, non devono litigare, mentire e calunniare, devono cercare di tenere sotto controllo i propri comportamenti, gli impulsi e desideri non solo fisici. È il mese della grazia, della bontà, della carità e della dolcezza, il periodo per eccellenza della purificazione dove i musulmani si dedicano alla lettura del Corano, alle preghiere (Salat) e ad accrescere ogni opera di bene.

In Italia i musulmani sono 2 milioni e mezzo, mentre nel resto del mondo sono 1 miliardo e 800 milioni. Ramadan significa nono mese, segue date diverse ogni anno secondo il calendario lunare ed è il terzo dei pilastri della religione islamica. Il digiuno è obbligatorio per tutti i musulmani tranne che per alcune categorie di persone: i minorenni non ancora puberi, i vecchi, i malati, i viaggiatori, le donne in stato di gravidanza o che allattano o che sono in stato mestruale, le persone in età avanzata. Il digiuno viene rotto al tramonto del sole, tradizione vuole che si preferisca mangiare un dattero e bere un bicchier d’acqua, poi seguire con l’ifṭār, la “colazione “, pasto che viene condiviso in famiglia e con la comunità in maniera festosa, per poi concludere con il pasto prima dell’alba chiamato suḥūr.

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Latifa Benharara, mediatrice culturale, traduttrice e pittrice, fa parte della comunità musulmana sulmonese, è nata e cresciuta a Sulmona ed ha origini marocchine. Augurando a tutti i fratelli e le sorelle musulmane il meglio per questo mese, ci ha raccontato come è vivere la propria religione, la propria spiritualità e le tradizioni come quella del mese sacro ai tempi del coronavirus. “Quando si ha fede e ci si trova ad affrontare una difficoltà, si ha una forza nel cuore che ti permette di superare quel momento – spiega Latifa -. Sappiamo che non siamo in grado di impedire una calamità, una malattia o addirittura la morte, perciò accettiamo ciò che Dio ha posto sul nostro cammino avendo fiducia in lui, consapevoli che niente dura per sempre, neanche il coronavirus”.

“Per me la fede è la continua ricerca di Dio – continua Latifa -. Non siamo su questa terra per caso, Allah è sempre con noi e nulla succede senza la sua volontà, lui ci ama e vuole per la nostra vita solo il meglio. Dietro ogni difficoltà che la vita ci pone c’è una benedizione e una lezione da imparare. È importante riconoscere i nostri peccati, pentircene e chiedere perdono.  Sappiamo che Dio perdona i nostri sbagli purché nel nostro cuore il pentimento sia sincero. Dio ci conosce meglio di quanto noi conosciamo realmente noi stessi”

Nonostante molti coetanei di Latifa – chi scrive compreso – hanno una lontananza dalla spiritualità e uno scarso interesse per la religione, lei dimostra invece una grande fede e fiducia in Dio. Al contrario di quello che siamo solitamente portati a pensare sulla grande distanza fra il mondo musulmano e quello cristiano, nel suo modo di approcciarsi alla fede si intravede una spiritualità del tutto simile a quella cristiana, come se in fondo quello che spinge le persone nel cercare Dio, nel rispettarlo e onorarlo fosse il medesimo sentimento. Come se ci fosse un piano “macro” che riguarda le religioni e Dio e in questo piano ravvediamo tutte le differenze culturali e di credo esistenti, e poi ci fosse un piano “micro” nel quale ci sono invece i fedeli e questi hanno tutti indistintamente il bisogno di avere una guida e una luce nella vita, un desiderio e un bisogno di sapere che in un mondo di cui molto spesso si perde il senso delle cose, c’è invece un fine ultimo più profondo che se perseguito porta a quello che, nell’eterna lotta per contrastare il male, chiamiamo più semplicemente il “bene”.

Savino Monterisi

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