Che pacchia nascere fascista

Che fortuna deve essere nascere fascista.

Ad ogni problema pronta una soluzione, come per le equazioni. Come un ingegnere con la statica, ad ogni azione una reazione uguale e contraria, palla poggiata su un tavolo che con una schicchera si muove dal suo stato di quiete e si mette a girare finchè non la ferma l’attrito.

Hanno trovato  una poveretta uccisa da un’overdose? e allora esci in macchina ad estirpare a pistolettate tutti quelli che somigliano all’assassino, anche se l’assassino non è certo se non per chi sa capirlo dalla faccia che fa quando lo arrestano. Che se invece che omicida fosse solo spacciatore, che cambia? La reazione vale per ogni feccia, quando conosci la risposta al problema il contorno è un dettaglio, un pelo dell’uovo nel pagliaio delle troppe possibilità.

 

Che sballo quella prontezza risolutoria di matrice nazista che se un’etnia ti dà noia, oplà, la disinfesti tutta insieme, come quando gli scarafaggi ti invadono la cucina e devi sterminare larve e uova. Se un popolo si rifiuta di accettare l’ordine del più forte, ebrei, tedeschi, palestinesi, messicani o siriani che siano, basta alzare un muro di cemento armato, di qua i buoni, che sono sempre quelli che vincono, e di là i cattivi, che sono la palla al piede.

Che pacchia crescerci predisposti, con quell’acquolina di bavetta in bocca per il capetto di turno che mostra più muscoli, il primo galletto che a petto infuori sputi veleno e ricette da un balcone e via giù tutti a credere obbedire e combattere il nemico disfattista.

Che svolta potersi affidare a chi decide tutto da solo, senza emendamenti, discussioni e tribunali a fargli perdere tempo.

Ci sono 600 mila clandestini che campano sulle nostre spalle sulla nostra terra, strilla dal palco il favorito dai sondaggi, beati negli alberghi a cinque stelle cazzeggiano con l’iphone che i nostri figli non possono permettersi.

E dove sta il problema? Si rispediscono a casa loro.

Che invidia. Quella beatitudine da botta e risposta, azione – immediata reazione, senza il fastidio del ripensamento, il tarlo del problema, l’ostacolo della coscienza. Senza l’aiutino della memoria, come un pesce rosso beota in un’ampolla da giostrina quando gli getti una mollica di pane, indifferente a cosa c’era prima e ci sarà dopo.

Svegliarsi la mattina con il cervello sgombero, che semmai lo sfiorasse un dubbio basta bollarlo come buonismo per continuare a girarsi il film della sicurezza prima di tutto, dell’ordine sociale emendato dalle contestazioni spurie, chè la strada più dritta che è sempre la più breve.

 

Che ebrezza avere la soluzione pure ai fenomeni più complessi, come ai seicentomila clandestini che soggiornano nel nostro paese e che qualcuno già promette di rispedire a casa loro.

Me li immagino a maggioranza conquistata, al primo consiglio dei ministri dopo le elezioni, quando poi davvero toccherà accontentare la pancia degli elettori che li hanno votati. Inventeranno forse un cannone spara-stranieri piazzato a Lampedusa, restringeranno le pecore nere in uno stesso ovile per infilarle con una pennellata di olio di ricino scaduto uno dopo l’altro vecchi, donne e bambini, nell’arma risolutiva, che li sputi uno ad uno via a casa propria.

Poco importa se a conti fatti, alla media di uno sputato ogni tre minuti, ogni giorno dell’anno feste comprese, ci vorrebbero due anni e mezzo di cannonate.

Sono dettagli, l’ebrezza della ragione unica si basta da sola.

Mosè non divise le acque del Mar Rosso per far passare i suoi? E vuoi che noi non possiamo bombardare i barconi quando partono dall’Africa?

Piazziamo cecchini sulle coste – sentenzierà il ministro appena eletto – e voglio vedere se gli passa la voglia di approdare, uno ogni 50 metri per 7456 km di coste fanno 150.920 soldati appostati giorno e notte, 300.000 se gli garantiamo almeno il doppio turno.

E se recintassimo l’Italia con un un muro – gli farà eco un altro -, lungo ma lungo, tutto il perimetro della penisola, che l’estate ti ci puoi pure riparare dal sole, risparmiando sugli ombrelloni? E se invece piantassimo una rete elettrosaldata nel mare al confine delle acque territoriali, così pure i tonni nostrani non scappano a farsi pescare dai marocchini?

 

 

Ah, come mi piacerebbe riposarmi ogni tanto il cervello dentro un elettore  di un Trump o di un Erdogan, farmi una passeggiata nella semplificata fierezza di un padano fondamentalista, gonfiarmi come una big bubble gommosa dentro la testa di un forzanovista o un casapoundino, e godermi una svastica tatuata su un braccio come il timbro dal buttafuori di un locale se devi uscire a pisciare.

Uscire la mattina fischiettando l’inno di Mameli a comprare una ventina di lenzuoli per passare giorni a cucirli e farne uno striscione su cui spruzzare a bomboletta nera “Onore a Traini”, il Billy The Kid del western delle olive ascolane, per mostrarlo con orgoglio alla patria in cerca di vendetta.

Che pace sarebbe coltivare la nostalgia dei tempi quando una era la legge, uno il pensiero, una l’azione, uno il capo, senza complicazioni di parlamenti, giudici e finti buonisti – che si sa siano tutti uguali, corrotti e ladri –, ché l’obbedienza libera dallo sforzo critico, pure se pretende di sacrificarsi per ricostruire l’impero in Abissinia, in Albania o in Grecia.

Che sollievo farsi bastare che i treni arrivino puntuali come quando c’era Lui e sì che c’era lavoro per tutti senza scansafatiche e raccomandati, mettersi a posto la coscienza demandandola a chi metterà ordine alla testa confusa dalle troppe voci e dalle mille variabili.

 

 

Si, sarebbe facile. Ma ci devi nascere e a me non è successo, debbo farmene una ragione.

Mi tocca il senso di superiorità quando vedo sfilare mani alzate, slogan strillati al passo dell’oca (che è pur sempre una papera) e bava sfilacciante dalle bocche. Tocca sopportarmi la tara genetica dell’opinione critica ogni volta che un tribuno aizza la sua plebe, la certezza di quanto sia più pericolosa una massa acclamante sotto il balcone di un aizza-popolo di un’intera massa di clandestini fossero riusciti a penetrare per asservirci alla barbarie della loro civiltà inferiore.

E continuare a pensare che a differenza di un’equazione la vita non ammette una sola soluzione, che stare a sentire tutti, fascisti e galletti compresi, per quanto non sia la strada più breve resta l’unica percorribile, la sola che ti lascia libero di cercarne altre. Che poter sbertucciare chi comanda quando i treni arrivano in ritardo e gli scioperi ti lasciano a piedi, fa ancora la banale ma sostanziale differenza, è ancora il vantaggio minimo che solo se negato ti accorgi di quanto ti manchi.

 

 

Antonio Pizzola

7 Commenti su "Che pacchia nascere fascista"

  1. non fa una piega!

  2. Grazie Mario.

  3. Sono condannata ad essere libera e ne sono fiera!

  4. intendi dell’articolo o dell’argomento?

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