
Un bellissimo titolo, e nobile, Lacrimae rerum, virgiliano, come si premura di specificare Patrizia Valduga in alcune righe di quella che, alla prova dei fatti, risulta essere un parte particolarmente interessante e densa di questo suo nuovo libro di poesie edito da Einaudi, vale a dire quella conclusiva riservata alle note e intitolata non a caso Quasi un’appendice: una specie di postfazione spezzettata e non per questo meno ghiotta, una guida preziosa (una decina di pagine) per osservare da dietro le quinte gli antefatti del libro, con tutti i richiami e gli agganci che ne sono all’origine, e per avere un’idea di quanto possa essere ricca una rete di riferimenti, di rimandi, di connessioni, di autori (Eliot rese simili apparati una sorta di genere a sé).
Però, per quanto di blasone e a suo modo di effetto, Lacrimae rerum è anche un titolo che, se proposto proprio come viene proposto in questo caso, tende ad apparire un po’ magniloquente, un po’ ampolloso, e questo bisogna dirlo al di là del suo legarsi benissimo al piano tematico del libro, che poi non altrove risiede se non nella coabitazione tra le guerre che avvengono nel mondo e le guerre che ciascuno combatte in sé: cioè quelle interiori e anche quelle (nel particolare) del tempo che passa e della vita che sembra scorrere senza una sua logica e senza una sua destinazione:
“Così da sola, senza compagnia, / la vita… la mia vita… vola via…”.
Sono questioni già affrontate in sedi addirittura insigni, sin dai classici della filosofia, e d’altra parte tutto potrebbe stare anche in poche battute, per esempio con il Flaiano del non casualmente postumo Diario degli errori: “Che importanza ha essere vissuti per tanti anni, se un giorno solo ci fa capire che non ci resta niente?”. Questo per dire di quegli alleggerimenti che talvolta aiutano.
Ma c’è, nelle pagine valdughiane, e in particolare nei distici, una tonalità confessionale a suo modo ammaliante, la quale è data da una scrittura finemente minimalizzata da cui promana una voce così scopertamente dolente e turbata da far sentire a casa propria chiunque abbia un’uggia, un’amarezza, uno sconforto. Siamo, in qualche modo, e con piena originalità di timbro oltre che con sapienza di fattura, nell’apertissima linea confidenziale del parlare a cuore aperto.
“I cieli ciechi, i cieli senza sole / li sto cercando in mezzo alle parole, / e li trovo nel punto in cui li perdo, / nel punto della mente in cui mi perdo. / Cieli del dopo tutti quanti i soli / mi solcano la mente e sono soli”.
Spesso si ha anche l’impressione che la voce lirica che abita i versi sia una voce che dialoga con sé stessa e con un altro interlocutore; chissà: fantasmi, ricordi, sdoppiamenti, specchi; e neppure mancano flash di riflessione sugli amori in età avanzata, sulle loro possibilità, sulle loro impossibilità:
“L’amore… a settant’anni non è cosa… / Basta e avanza un’amicizia amorosa”.
C’è poi una presenza grande e ubiqua, non eclissabile, sospinta amorevolmente dalle stesse parole che la evocano, e che unisce il privato e il lirico dell’autrice: è la figura di Giovanni Raboni, ricorrente nei versi e anche citata nei termini dell’esortazione a leggerne la parola:
“Ma adesso servono resurrezioni: /
non me, non piú me, leggete Raboni!”.
È fatta di braci, di desolazioni e anche di luci, la struttura intima di questo libro sulla perdita.
Simone Gambacorta
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