Pomilio quel romanzo di sessant’anni

Sessant’anni fa un libro importante vinse il Premio Campiello: era La compromissione di Mario Pomilio, romanzo pubblicato da Vallecchi e tuttora disponibile nel catalogo Bompiani con un’introduzione di Giuseppe Lupo.

“Ambientato intorno al 1948” – scrisse Pomilio – è “il romanzo della crisi ideologica e morale della generazione uscita dal dopoguerra, e in particolare degli intellettuali che affiancarono le sinistre senza riconoscersi nel marxismo, con un giudizio esteso all’intera società e al suo rientro nel conformismo”.

Dal 1965 di cose ne sono successe un’infinità, ma non si discute sul fatto che valga la pena leggere questo libro e di scoprirlo nella sua densità di teatro amaro della vita di provincia. 

Un modo per parlarne in maniera insolita lo offre lo scampolo di una canzone di Lucio Dalla, Anidride solforosa, scritta da Roberto Roversi: “Ieri la città si vedeva a malapena / Oggi la città si vede tutta intera”. 

La città in cui è ambientato il romanzo è (sarebbe) Teramo. La “si vede tutta intera” perché si dissolve e riappare per come Pomilio la reinventa e la rende un hub immaginativo di connessioni critiche e liriche legate a un sentimento della memoria e della storia.

La Teramo del libro non è Teramo, non potrebbe esserlo: è una “unreal city” che esiste come ipotesi diegetica, come spazio scenico per un estuario destinale singolo e collettivo. 

Pomilio confidò a Spagnoletti che in quella Teramo c’era anche Avezzano, quindi non una città ricostruita in modo pedissequo, ma una città mentale, ricombinata in una proiezione straordinariamente corrispondente alla città reale. 

La compromissione è un libro politico ed è un libro di sconfitta. Il concetto racchiuso nel titolo indica uno stato esistenzialmente e moralmente avanzato del “compromesso”: la compromissione è il sistema di accomodamento e anestesia che consegue al compromesso e che (nel caso specifico) lo perpetua quale nuova lingua madre del protagonista. 

Questa lingua madre è il battesimo definitivo che il socialista Marco Berardi conosce (assume in sé) quando abdica (concetto, l’abdicare, impiegato da Ermanno Paccagnini) ai suoi antefatti (parola pomiliana) per transitare (senza troppo al momento capirlo) da una crisi inquieta a una crisi quieta, rappresentata dal matrimonio borghese simbolicamente introdotto dal baciamano al vescovo. 

Quel matrimonio è la cooptazione che porterà Berardi a sopravvivere nella villa del suocero, avvocato influente e poi anche senatore democristiano. Siamo all’eutanasia non di un amore (per citare il bel titolo di un brutto libro di Saviane), ma di una dissidenza. 

La Teramo ibrida di Pomilio “si vede tutta intera” nei suoi climi, nei suoi ambienti, nei suoi riti e nelle sue dinamiche perché, come si legge nel romanzo, “prima ancora che un ambiente, la provincia è uno stato d’animo”. Quello stato d’animo è il vero luogo del romanzo.

Come cattolico, Pomilio non avrebbe potuto ammettere l’esistenza del nulla, ma la nullificazione dell’esperienza sì, il “peccato” della diserzione intellettuale e morale sì: attraverso la voce/vicenda di Berardi, La compromissione racconta l’annullamento di un’esperienza ideologica di attrito e la sua conversione nell’eclissi purgatoriale dell’inesperito. 

Berardi passa dall’azione della lotta alla reazione dell’abbandono. L’intellettuale che era è scivolato nel tempo di risulta del suo stesso esilio.

Simone Gambacorta

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