Privato, participio passato

 

Attraversando la penisola verso la destinazione feriale hai tempo per scorrere i paesaggi e testa vuota per riflettere sulla variegata provincia che fa l’Italia più delle grande città, nonostante se ne parli solo per enumerarne i guai. La provincia migliore che mostriamo ammiccanti ai turisti ma per il resto dell’anno ci scordiamo lì dov’è, e la peggiore che nascondiamo nei più remoti angoli dell’entroterra, da tempo abbandonato al lucro di mafie e mafiette o, in assenza di interessi perversi, all’incuria.

I paesaggi al di là del finestrino sono riconcilianti. Tanto che nell’eco del tormentone estivo “Prima gli Italiani” si sveglierebbe anche nell’animo più moderato un moto di orgoglio patriottico, in fondo tutta questa roba, perfino quei tramonti a picco sul mare, ci appartiene. E’ cosa nostra, Prima cioè degli Italiani, popolo di prescelti per tali meraviglie, come prenotati anzi tempo al Cup delli mejo posti, col numeretto scolorito di sudore nella mano.

Senonchè, nell’approssimarsi alla personale porzione di multi-proprietà che ci spetta di diritto, puntualmente si para il preposto di turno, bagnino, custode, parcheggiatore, vigile o solo sedicente proprietario privato, col serio proposito di impedire il tuo angoletto agognato da un intero anno. Come a smentire che tu no, non appartieni al gruppone di privilegiati del Prima Gli Italiani.

 

Altolà. Ha visto il cartello? Proprietà Privata.

Privata? forse vorrà dire privata nel senso di participio passato del verbo privare, cioè io sarei privato –forma passiva – da lei – agente. Agente non nel senso che è autorizzato a farlo, ma solo che l’ha fatto.

Si, dovresti argomentare sulla grammatica per rivendicare il tuo diritto ma dopo un anno di sbattimenti finalmente, in vacanza, sta tiritera alla Furio ogni volta, richiede una bella dose di abnegazione. Paghi invece i 10 euro di parcheggio abusivo, 50 di ombra dedicata e 20 per birre e panino, e vai a goderti ansioso l’angoletto di multiproprietà da Italiano alfa.

Però, ripreso il viaggio, nell’interminabile attesa sotto il sole rovente del guado di Caronte (giuro si chiama così la compagnia -privata – di traghetti sullo stretto) a 38 euro verso l’agognato mozzicone di paradiso, nello sforzo di ricordare perché mai eravamo contrari a quel benedetto ponte che unisca isola a continente, ti risale l’angustia per ogni iniqua imposizione o mini-violenza sei costretto a subire. Come quando le compagnie telefoniche ti dicono no signore, purtroppo la concessione governativa è una tassa, deve pagarla, che ti ritrovi a valutare l’avvitamento di senso per cui paghi la concessione dell’etere alla compagnia che ne beneficia, allo stesso modo prendi atto che quanto è pubblico, cioè ti appartiene di diritto, ti costa come se fosse privato.

Ma una spiaggia, il mare, un bosco, un fiume, un monte, l’acqua e l’aria non è roba che può recintarsi come un pollaio, è pubblica di diritto naturale. Ci si arriva da soli, senza bisogno di leggi che lo specifichino, soprattutto se uno è Prima Italiano. Viceversa, significherebbe altrimenti che, da Primo, l’Italiano comune scende ad ogni bene negato un posto in classifica, così che, gradino dopo gradino, a fine vacanza ti ritrovi senza.

Perché di pubblico, a farsi i conti, c’è rimasto ben poco. Giusto quanto avanza dal privato, l’invenduto a fine fiera.

Le aiuole secche nei rondo’, le strade piene di buche, le aree di sosta con lavatrici e materassi abbandonati, la vista delle capanne senza intonaco che dentro nascondono ville, i monumenti degradati e in perdita, le spiagge libere cioè insozzate, la sterpaglia che prende fuoco. L’autostrada che già hai pagato per costruirla, il parcheggio pure se abusivo, lo stabilimento che ha occupato la duna, il resort che recinta il golfo.

L’aria, se l’inquinamento ci costringe a sacrifici, l’acqua ma solo quando manca, che quando la imbottigliano o debbono portartela con l’autobotte perché quella pubblica finisce, invece è privata.

I danni, quelli restano patrimonio comune, frane, terremoti, incendi che ultimamente vanno  di moda, spegnimenti e rimboschimenti compresi. Il cui risarcimento viene appaltato ai privati con la scusa che il pubblico non ne ha più mezzi e competenze, ma a pagarlo è il pubblico, cioè noi proprietari. Proprio come l’acqua che paghi all’ente di gestione ma se allacci abusivi, tubazioni logore e mancati controlli hanno svuotato una falda o un lago, beh è onere tuo che ne sei proprietario e l’hai sprecata.

 

Pubblico, se ne conclude, è quanto non remunera né interessa il privato. Tanto che, se un Privato rinvenisse un’ipotesi di lucro su un trancio di bene ancora comune, una pineta per una lottizzazione, una cava per una discarica, un monte per un rimboschimento, ci appicca un fuoco che il pubblico non è in grado di prevenire né di risarcire, corre a spegnerlo a sue spese e in cambio se ne assume la gestione. Ovvero la fa sua, privato diventa non il servizio che svolge ma il bene che gli è stato concesso.

 

Toccherebbe cominciare col ribaltare il principio. Visto peraltro che fine ha fatto il Capitalismo che è la religione della Proprietà Privata che doveva renderci tutti felici, ripartire dal Bene Comune come nuova religione condivisa.

Che l’uso, anziché il possesso, sia la nuova discriminante. Una limousine per due ore anziché il mutuo per vent’anni di Panda, come hanno capito in America, e in cambio l’abbattimento di ogni recinto, lo strumento perverso dell’accaparramento.

Uso, quindi sono (finchè sono).

In affitto tutti, come del resto la stessa natura umana transistoria, fossimo sanfranceschi o mastri don gesualdi, impone.

Almeno se tutto è di tutti, appiccarsi un fuoco a casa propria, torna ad essere controproducente, irragionevole e idiota, come prendersi a bottigliate le parti intime.

Che forse così lo capiscono, che a spiegarlo altrimenti, lo so, sarebbe tempo perso.

 

Antonio Pizzola

 

 

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