Quei lontani fuochi accesi nella notte

A Fruttero e Lucentini piaceva la critica di Pietro Citati e ne scrissero con gioia in alcune fragranti pagine de I nottambuli, aureo librino dove il gusto e l’ironia vanno a segno insieme.

La follia degli antichi (Gramma Feltrinelli) è un libro postumo fatto con i risvolti di copertina firmati da Citati (1930-2022) per la collana Scrittori greci e latini della Fondazione Valla: “Il lettore troverà (…) tutti quelli attribuibili con filologica certezza a Pietro Citati”, dice Piero Boitani nella prefazione. 

Il risvolto è un genere critico a sé e nella brevità che lo caratterizza in molti hanno trovato occasione per dare tanto del meglio di cui furono capaci: Calasso, Calvino, Sciascia, Vittorini, Debenedetti, Crovi.

Le virtù ermeneutiche e inventive di Citati rilucono depuratissime in questi suoi risvolti scritti con un’intensità chiara e mai occhiuta. 

La distanza temporale che intercorre tra un’opera e chi ne parla è, come nel caso di Citati, una delle circostanze favorevoli alla suggestione: e la suggestione può a sua volta offrirsi come una condizione immaginativa particolarmente felice. 

Una pagina di Erodoto, per esempio, può suggestionare al punto da dare licenza di ricreare narrativamente un ambiente e un mondo; ed è quello che Citati fa: 

“Sotto la guida di Dario I, un grande esercito persiano avanzò nella Scizia: nel cuore dei paesi del freddo, dove per otto mesi all’anno il mare gela, il freddo fa cristallizzare le lacrime nell’occhio, e l’orizzonte è nascosto da una nevosa tempesta di piume. I cavalieri sciti si ritirarono come fantasmi davanti all’armata di Dario, distruggendo i raccolti, bruciando i pascoli, riempiendo i pozzi di terra, o comparendo all’improvviso sui loro cavalli, per aggredire i soldati che riposavano accanto ai fuochi accesi nella notte”. 

Questo brano, come molti altri del libro, dice qualcosa di importante: dice, cioè, non tanto e non solo del suo essere un catalogo attraverso cui pensare, da contemporanei, l’antico: ma anche del suo essere una girandola di possibilità per perdersi nell’antico, per avvicinarsi perdutamente a esso e perdutamente darsi tanto all’immaginabile quanto all’inimmaginabile.

Questo creava a Citati quell’eccitazione intellettuale che pervade ogni pagina di questo volume come di altri suoi. 

Non mancano casi dove il risvolto sa accogliere – sempre in pochissime righe – il portato di un destino per riversarlo, entro un solo movimento di scrittura, in una trattazione critica tesissima, dove la spinta psicologica dell’autore viene mostrata nella sua consistenza di motivazione stilistica:

“Nell’abbandono e nella desolazione, Niceta raccontò ciò che aveva visto e appreso, con un odio, una furia e una ferocia, che fanno della seconda e terza parte di Grandezza e catastrofe di Bisanzio uno dei capolavori sconosciuti della letteratura universale”. 

Standing ovation

Simone Gambacorta

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