Quel miracolo della parolina aliena

Leggendo Le anatre di ghiaccio (Argolibri) di Mariano Bàino, incontro questo pensiero:

“Perché uso neologismi nella mia scrittura? Mi piace, mi fa compagnia, la sottolineatura rossa e zigzagante che compare sullo schermo del computer sotto la parolina aliena”. 

La parolina aliena: mi torna in mente Flaiano, Un marziano a Roma; e mi accorgo, grazie a questo pensiero di Bàino, del motivo per cui il marziano (l’alieno, come pure suggerisce il libro di Minore e Pansa), dopo essere arrivato sulla terra, e dopo essere stato visto e trattato come una star, viene messo da parte. 

Il motivo per cui viene pian piano accantonato ha a che fare esattamente con questo problema qui: Kunt (si chiama così il marziano flaianeo) non dice una “parolina aliena” che sia una; e aliena non nel senso della lingua parlata, ma nel senso della diversità: non dice alcunché di diverso, di altro, rispetto al mondo in cui viene a trovarsi. 

Al contrario, a quel mondo si uniforma, si adatta: se ne lascia plasmare e ingoiare; sicché alla fine vi si ritrova detenuto (perché è sulla terra) ed espulso (perché non è più la star che era). 

Roma caput mundi non ha indulgenza per quel che è semplicemente potabile, anche se proviene da un altro mondo, quindi alla fine non perdona nemmeno il povero marziano, che è acqua fresca incapace si addizionarsi di anidride carbonica: non porta nessuna novità intellettuale, la sua è una effervescenza meramente mediatica e divistica, effimera e transitoria. Non crea nessuno scandalo.

Mi torna perciò utile qui agganciarmi a un altro passo di un altro appunto che Bàino presenta in questo suo libro di “aforismi, microracconti, asterischi saggistici, rêveries, terata, usw” (la prefazione è di Massimiliano Manganelli).

Si tratta di un passo che permette di slargare il discorso e di connettere la questione della “parolina aliena” allo scrivere in generale: “In letteratura – scrive Bàino – dovrebbe valere la ricerca di qualcosa che prima non si sapeva o non si capiva”. 

La domanda, a questo punto (staccandoci da Flaiano eccetera), è dunque questa: cos’è e cosa non è letteratura? 

Lo so, è una domanda talmente capitale che, a pormela, rischio la parodia; ma comunque, ripescando a memoria un vecchio appunto che ho certamente utilizzato per qualche altro ormai assai trascorso scritto, direi questo: che è letteratura quella dove si dà un margine di pronuncia, diciamo un po’ come nell’utilità marginale in economia politica.

Margine di pronuncia nel senso di accrescimento (un millimetro, un centimetro, un metro, mille miglia, anni luce: dipende da chi sei) formale, stilistico, linguistico, tematico. 

Un accrescimento rispetto a quel che si sapeva o si era letto sino al giorno prima, anche in senso negativo: ossia capire, di una faccenda, di saperne ancora meno di quanto si presumesse. 

Dal pensiero di Bàino capiamo con ogni evidenza che anche lui la pensa così ed è quindi a questo suo postulato che dobbiamo la caratura altissima delle pagine che negli anni ci ha donate come poeta e come scrittore.

Simone Gambacorta

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