Quella poesia di nome Ombres

Per uno di quei miracoli di cui l’editoria è talvolta capace, torna, grazie all’intelligenza di Graphe.it Edizioni, Bestiario d’amore, le poesie con cui Rossana Ombres vinse il Premio Viareggio nel 1974. 

Il libro esce nella collana “Le mancuspie”, direttore Antonio Bux, e offre la possibilità di conoscere la dimenticatissima opera di una dimenticatissima scrittrice (1931 – 2009) la cui parola, adesso, riappare in tutta la sua enormità: Bestiario d’amore è infatti inquietante, smisurato, debordante.

Chiudete gli occhi, immaginate l’inizio dei tempi e datevi al divampare di un incendio di visionarietà. 

Vi troverete immersi “tra processi alchemici e mistica ebraica”, per citare il curatore Andrea Breda Minello, e pian piano affogherete in “un mondo immaginifico, ante antropico, bulimico e al contempo essenziale, primigenio, un mondo che sopravanza per paradosso, che ha bisogno di un’architettura post-barocca, ipertrofica per denunciare la società antropofaga novecentesca e arrivare infine al mistero di Dio, all’origine del Tutto”.

In Bestiario d’amore tutto arde alla fiamma fredda della parola portata alle sue estreme conseguenze. La potenza che questa scrittura senza geometria riesce a sprigionare può essere mozzafiato:

“Abbiate pietà di questo luogo / di penitenza. È un posto che incanutisce / e trema paludi col brivido di pelle settica, / i rettili che serpono rispondono con secchi battimani / al grido della mangusta notturna che li perseguita: / andate lontano di qui e non credete / che quelle bave bianche che dormono / prendano figure di pellegrini e vi chiedano / di cantare con loro”.

In questo sovrabbondare d’immagini può esserci, certo, un sovrappiù di compiacimento, un’ostentazione di destrezza, un virtuosismo magari esibito, ma il detonare dell’ambiguo (ciò che mai si sa cosa sia) ha la funzione di rendere l’insieme un organismo spudoratamente significante.

Ombres scatena il sortilegio orfico di una lingua vorticante e ipnotica che sa inarcarsi in un’oscurità dissolta e straniata. Ne discende un corpo verbale infebbrato dall’intenzione morbosa di suscitare una marea arcana: un’acqua nera ammalata da meduse affioranti chissà da quale buio, messaggere provenienti dallo scuro di ogni impensabile origine e da tutti i pensabili inizi. 

Bestiario d’amore sembra immettere in una “waste land” di lava fredda, con su scolpito l’antiracconto di un antimondo, e invece siamo in un labirinto senza volumi: il sogno, l’ossessione, l’incubo  non hanno corpo, così come non sono riducibili a forma la profezia, l’enigma e il nascere/morire della “scena”. Anche i nomi degli angeli sono irraggiungibili:

“Anche Raziel, angelo lessicale, nel suo / silenzioso ritratto si gonfia di pioggia e decade / nel limbo delle allegorie cimiteriali”.

L’idea di “teatro dell’indicibile” che si desume dalle parole di Breda Minello suona giusta: “Per Ombres la vita è un mistero, a noi spetta il compito di farne parte”.

Le molte, ricercate fonti (esplicitate nelle note) che sottostanno alle poesie generano nessi au contraire: sono nessi di scissione che volgono in pronuncia i moti dell’inspiegabile. 

Maestoso, inquietante, anche spaventoso, Bestiario d’amore ricorda che il dominio in cui accade il nostro esistere sta nei perimetri dell’astratto e dell’immateriale.

Simone Gambacorta

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