
Vuole le scuse formali da parte della Procura della Repubblica Tania Liberatore, avvocata assolta anche in Appello dall’inchiesta di tentata estorsione che vedeva imputati (e assolti) anche il sindaco l’ex sindaco di Rivisondoli, Giancarlo Iarussi, e il suo vice, Roberto Ciampaglia. Le parole di Liberatore sono forti, perché parla di grave pregiudizio arrecato alla sua persona, alla professione, alla sua vita e quella della rispettiva famiglia.
“Si chiude così – scrive -, sul piano giudiziario, una vicenda che per anni ha segnato in modo profondo e irreversibile la mia vita personale e professionale. Ma resta aperta una questione che non può e non deve essere archiviata con una formula di rito: la responsabilità morale e istituzionale di quanto è accaduto. Sono un’avvocata. Ho servito lo Stato per quasi tredici anni come magistrato onorario presso il Tribunale di Sulmona. Ho esercitato e avrei voluto continuare ad esercitare la professione forense nel mio territorio, nel piccolo foro in cui il nome, la reputazione e l’affidabilità sono il fondamento stesso dell’identità professionale”.
L’identità, incalza Liberatore, sarebbe stata travolta da un’accusa gravissima, tra le più gravi che il codice penale contempli, “che ha trasformato una legittima attività professionale e istituzionale – una trattativa finalizzata a una transazione nell’interesse del Comune di Rivisondoli- in un’ipotesi di reato mai esistita”.
E in attesa della sentenza è arrivata la cascata di misure cautelare, interdittive e non solo: la sospensione dall’esercizio della professione forense, l’esposizione pubblica, il discredito, l’isolamento, la perdita di fiducia. Misure state annullate dalla Corte di Appello di L’Aquila con due diverse pronunce rese da due diversi Collegi giudicanti. La Corte di Cassazione ne ha confermato l’illegittimità con altre due diverse pronunce rese da ulteriori due Collegi giudicanti.
“Il procedimento disciplinare – prosegue – promosso dal mio Ordine professionale si è concluso con archiviazione per insussistenza dei fatti. Anche il Tribunale di Sulmona in primo grado ha affermato la mia innocenza, la nostra innocenza. Ma la Procura della Repubblica non si è fermata. Ha proposto Appello. Ieri, anche questo ennesimo giudizio ha definitivamente confermato la mia innocenza e quella di mio marito. Eppure, nessuna sentenza può restituire automaticamente ciò che è stato tolto: la serenità, la libertà di esercitare il proprio lavoro senza il peso del sospetto, la dignità personale e professionale costruita in anni di servizio anche in favore dello Stato. Tuttavia, mi resta la profonda convinzione che la credibilità delle istituzioni si fondi anche sulla capacità di riconoscere i propri errori, soprattutto quando hanno determinato un sacrificio ingiusto e sproporzionato dei diritti fondamentali di un cittadino”.
“Io ho pagato fino in fondo il prezzo di un’accusa rivelatasi infondata – conclude -.Ora chiedo che anche l’istituzione che l’ha sostenuta si assuma, almeno sul piano morale e pubblico, la propria responsabilità. Non è una richiesta personale. È un atto dovuto verso la giustizia, quella morale”.
come non trovarsi d’accordo. nel mio piccolo la piu profonda stima e vicinanza! poi non si dica che non serva la riforma della giustizia e i magistrati DEVONO assumersi la resppnsabilita dei propri atti al pari di altri dipendenti dello stato
Al pari di altri dipendenti dello Stato?
La Storia di questo Paese ci ha dimostrato che molte volte rischiano la vita per combattere la criminalità, soprattutto quella organizzata.
Questo occorre ricordarlo.
come carabinieti, polizziotti e finanzieri. con jna differenza, chebi giudici quando sbagliano rispetto agli altri non lagano mai!!! dovrebbero far votare oggi il referendum sulla responsabilita dei magistrati e separazione delle carriere.
I realtà, esistono specifiche tutele giuridiche anche per le Forze dell’Ordine e si discute anche di “scudo penale”.