Smart

Lo abbiamo desiderato tutti, dal profondo dei nostri cuori, che il 2021 ci restituisse fin dal primo minuto quello che il 2020 ci aveva rubato. Il 1 gennaio abbiamo sbirciato i notiziari con la speranza che il nuovo anno avesse mantenuto da subito le aspettative, spazzando via, nell’arco di una notte, la pandemia con le sue zone rosse, i decreti, i bollettini e gli ospedali pieni. Invece no.
Indietro non si torna. Ci tocca andare avanti. Il virus ha scombussolato ogni aspetto della nostra vita e, se da una parte ha dato a ognuno di noi l’opportunità di apprezzare l’essenziale e imparare a fare il pane, dall’altra ha distrutto tante certezze, troppe speranze, mille sogni e ogni progetto.
Per salvaguardare la salute, abbiamo dovuto cambiare la nostra routine, eliminando i contatti umani e gli spostamenti non indispensabili. Abbiamo imparato a fare tutto in casa, dagli aperitivi allo sport, dagli esami ai concerti, dalla ceretta al lavoro.
Il termine inglese “smart working”, pur non essendo corretto, si è inserito prepotentemente nelle nostre giornate e nei nostri discorsi, forse perché “lavoro da casa” suona meno figo e fa pensare a una persona in pigiama, spettinata, buttata sul divano a far nulla al pc.
Gli esperti informatici hanno lavorato sodo per rendere possibile ciò che, fino a un anno fa, sembrava solo una fantasia futuristica, permettendo a molte aziende di continuare a essere produttive anche durante il lockdown e salvando probabilmente tanti posti di lavoro.
Dopo il primo giorno in cui sembrava tutto strano e ci siamo chiesti se ce l’avremmo fatta ad affrontare l’ennesimo cambiamento nella nostra vita, una volta passata l’ansia di rimanere connessi (mi vedete? Mi sentite?), la paura di sbagliare (se premo qui, che succede?), qualche battuta strampalata (il lavoro da remoto è “lavorai”?) e la sensazione di non riuscire a stare al passo (cos’è un webinar?), è arrivato finalmente il sollievo per aver capito tutto e il piacere di sentirsi parte di un cambiamento necessario, che è anche un’opportunità di crescita personale.
In qualsiasi modo vogliamo chiamarlo: lavoro agile, da remoto, telelavoro o smart working, lavorare da casa suona bene: ci svegliamo più tardi, non perdiamo minuti preziosi davanti al semaforo rosso o allo specchio, non dobbiamo reperire spiccioli per la macchinetta del caffè e mangiamo pasti caldi, seduti comodamente nella nostra cucina.
Sicuramente la tentazione di rimanere in pigiama, senza preoccuparsi del tempo che fa fuori, è forte, ma la leggenda narra che i clienti si accorgono se siamo stropicciati e spettinati o se siamo seduti scomposti…e questo non è né bello né produttivo.
Sulla carta, il lavoro in solitaria avrebbe dovuto cancellare lo stress che la vita in ufficio ci aveva procurato e invece non è andata proprio così.
Chiudersi in casa per un tempo tanto lungo non fa parte di nostri istinti: siamo fatti per camminare, muoverci e incontrare. La socialità non comprende solo aperitivi e movida: abbiamo bisogno che ci capitino cose da raccontare e che ci succedano fatti di cui parlare.
Grazie a chat e videochat, riusciamo a mantenere un contatto lavorativo e ludico con colleghi e superiori, ma….non è la stessa cosa.
Ci manca interagire con i vicini di postazione, fare pausa insieme, darci il cinque per un risultato raggiunto e farci i falsi complimenti per la nuova pettinatura.
Da casa non è facile captare “l’aria che tira” in ufficio, perché non possiamo osservare espressioni e gestualità di colleghi, superiori e clienti. E così, fra gli immancabili intoppi tecnici e le varie intrusioni domestiche (perché, anche se sono grandi, quando i figli ci sanno a casa, hanno sempre bisogno di qualcosa) l’ansia da prestazione raggiunge vette altissime.
Da troppi mesi abbiamo sostituito la pausa caffè con il caricamento della lavatrice e le risate le affidiamo a un emoticon che si sganascia in una chat al posto nostro.
Non so fino a quando “telelavoreremo”, magari alcuni settori lo faranno per sempre, considerando i pochi contro e i molti pro che le aziende hanno (risparmio in elettricità, manutenzioni e carta igienica).
Ci adatteremo sempre di più, aggiorneremo i nostri device, regoleremo la posizione e la luminosità dello schermo e adotteremo una corretta postura davanti al computer, sconfiggendo in questo modo il mal di schiena, la cervicale e pure la cellulite.


Impareremo a distinguere fra loro queste giornate che scorrono una sull’altra e sembrano tutte uguali, fino a quando un’edizione speciale del tg ci dirà che è tutto passato. Quel giorno “beggeremo” l’uscita dal lavoro e torneremo nel mondo a circolare liberamente per le strade, a far ripartire i settori che non possono operare da remoto e a riempire musei, cinema, teatri e tutti i luoghi rimasti desolatamente vuoti ormai da un anno.

gRaffa

Raffaella Di Girolamo

4 Commenti su "Smart"

  1. Che animo lineare!!
    Che persona semplice!
    Ora io con il mio intelletto ho letto questo resoconto di cose esposte nell’articolo però, che cosa dovrebbe utilmente significare mi sfugge.In altro termine,ma perché,e con quale fine hai messo al mondo bquesto articolo?

    • È questione di intelletto il capir e question simile il capir la sua di presenza in questo mondo.

    • signor googleex sono già più di un commento nel quale dimostra di essere solo un hater, i motivi dell’articolo (che nello specifico è un blog) sono questione che riguardano il giornale e i lettori. Lei è libero di indirizzare la sua acuta intelligenza e profondità altrove. Ne guadagnerà l’umanità intera

  2. Guardi Signor Grizzly,non solo questo ma ripetuti interventi di questa autrice appaiono di una puerilita’ e di una semplicità stupida e disarmante, più scarne e sofferte dei contenuti che ha certamente potuto produrre la Azzolina nei suoi vuoti temi di terza media o del liceo . Percio’ il fenomeno è molto attraente non solo per la maggiore stupidità, che la tradizione crede delle donne, ma anche per la ipotesi esistenziale della infanzia in povertà, perché queste insignificanti vacuità le scrive con la sincera consapevolezza di non rendersene conto , ciò come se il mondo reale sia al livello che descrive lei vivendolo quindi pienamente e senza illusioni. Non sono un hater ma un inquiring.

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