T’aripago

Quando, sei anni fa, è iniziata la raccolta differenziata dei rifiuti porta a porta, mi sono divertita tanto. Ho preso la laurea in munnezzologia, scoprendo dentro di me una singolare predisposizione verso lo smistamento del pattume.
Non abitando in condominio, faccio parte delle persone privilegiate che si liberano dell’immondizia deponendola comodamente davanti l’uscio di casa, senza dover affrontare le intemperie metereologiche per raggiungere il “mastello madre” condominiale, rischiando magari di essere coinvolte in un eventuale altrui sbaglio differenziale.
La monnezza è mia e la conferisco io.
I rifiuti ingombranti li accumulo in un angolo di casa, quando raggiungo la quantità massima da essere contenuta sulla soglia della porta, chiamo il numero verde e, dal Cogesa, vengono a ritirare il tutto a domicilio. Facile e confortevole.
Lo scorso gennaio la raccolta porta a porta ha raggiunto tutte le zone di Sulmona, ma è stato subito chiaro che qualcosa non andasse.
Fardelli di immondizia abbandonati ovunque da concittadini che pensavo fossero troppo impegnati nella vita, per riuscire a trovare il tempo di smistare sporcizia durante la giornata.
Niente di tutto questo: pare che gli inquinatori abusivi siano in realtà le persone inadempienti verso la tassa sui rifiuti, a cui non sono stati per questo motivo consegnati i mastelli comunali.
A chi non è in regola con la TARI, niente ritiro della monnezza a domicilio: che se la mangi.
E così la nostra città, da quasi un anno, differenzia a tutte le ore del giorno.
Fra le utenze civili e le utenze domestiche, gli anticipi espositivi e le deiezioni canine, i ritardi del ritiro e quelli del rientro in casa dei mastelli, il deposito ingombranti e gli abbandoni illeciti di ogni tipo, ovunque si volga lo sguardo è tutto una monnezza.

Sono pochi i momenti in cui Sulmona è scevra di secchi colorati, bustoni o rifiuti in bella vista, ma questo è un prezzo fin troppo basso da pagare per salvaguardare l’unico mondo che abbiamo a nostra disposizione.
A proposito di prezzi, io l’opzione che si potesse evitare di saldare una bolletta non l’ho mai valutata: ho sempre pagato, a volte in ritardo, visto che, al contrario di luce e gas, l’immondizia non possono staccarcela, ma ho sempre pagato.
Per questo motivo ci sono rimasta tanto male quando, la scorsa settimana, mi è arrivata tramite raccomandata una richiesta di ulteriori soldi, raddoppiati grazie a una stagionatura quinquennale, perché mi si accusa di non aver dichiarato, a suo tempo, la corretta metratura dell’abitazione per il calcolo della TARI.
Mi sono sentita in colpa. Perché mai ho fatto una cosa tanto brutta? È passato troppo tempo, non lo so, non mi sovviene alla mente un motivo sensato. Forse a quell’epoca ero un po’ lestofante, davvero non ricordo.
Col capo cosparso di cenere e la rabbia per l’ennesimo esborso richiesto, che presumibilmente per altri cinque anni si ripeterà, mi sono attivata per capire cosa potesse essere successo.
File al comune, file al catasto, file in banca e file alla posta, fra tanta gente come me, perplessa e urtata per lo stesso motivo. Tutti con raccomandate, storie e rancori simili.
In certi momenti, il pensiero vola spontaneo verso quelle persone che la tassa non la pagano affatto, immagino per validi motivi, e riescono a non perdere il sonno per questo.
La sera vanno su una collina a gustarsi il tramonto della bella giornata trascorsa e poi lanciano una busta di monnezza verso l’infinito, che accoglie ogni negligenza umana nella sua immensità, facendola sembrare piccola piccola.
Ma allontanare la sporcizia dalla propria vista, non serve a rendere più pulita la Terra o la vita.
Non voglio giudicare, ognuno conosce i casi suoi, a me tocca pagare la monnezza antica e quella moderna e devo pure essere fiera di farlo, perché in questo modo estinguo il mio debito con la società e contribuisco a tenere pulito il mondo. Almeno credo, almeno spero. Almeno ci provo.

gRaffa
Raffaella Di Girolamo

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