Una maglietta rossa anche in Valle Peligna

L’argomento è di quelli caldi negli ultimi periodi, di quelli che ha messo in contrasto diverse personaggi a livello internazionale anche, come la Rita Pavone di casa nostra che ha addirittura chiesto ai Pearl Jam (non proprio gli ultimi della classe, non solo nel panorama musicale, ma anche per l’attivismo sociale) di farsi i “fatti loro” allorquando durante il concerto a Roma la settimana scorsa hanno dato un forte segnale alla discutibile politica salviniana di chiusura dei porti ai migranti. Ora un altro segno arriva da diverse associazioni, attive a vario titolo, rilanciata anche dalla sezione sulmonese di Libera: “Una maglietta rossa per fermare l’emorragia di umanità”.

L’iniziativa è partita da Don Ciotti, dal giornalista Franco Viviano, dai presidenti nazionali Francesca Chiavacci

(Arci), Stefano Ciafani (Legambiente) e Carlo Nespolo (Anpi). Un semplice gesto con un significato ampio e necessario nell’assurdo clima che va consolidandosi. “Indossiamo una maglietta rossa per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà” è l’appello perchè il “rosso è il colore che ci invita a sostare. Ma c’è un altro rosso, oggi, che ancor più perentoriamente ci chiede di fermarci, di riflettere, e poi d’impegnarci e darci da fare- si legge sul sito ufficiale di Libera-. È quello dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo”. Uno “scaricabarile” lo definiscono i promotori che coinvolge l’Europa incapace di affrontare il problema immigrazione in modo “degno” puntando il dito, alla fine dei conti  su quelle navi che palmo a palmo esplorano le acque più a rischio pronte a fornire salvezza. “Un cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura” che molto si discosta dall’Europa della “libertà, uguaglianza, fraternità”.

Un’iniziativa nazionale assolutamente da calare nel contesto territoriale non esente purtroppo da espressioni di odio e razzismo che si sono tradotti anche in gesti criminali. Chi non ricorda il blitz al centro di accoglienza di neanche un mese fa che è valso una coltellata a Kalilou, solo 23 anni, arrivato dal Gambia, e la Procura che nella sua inchiesta ha messo in conto anche l’aggravante razzista: “Vi metto fuoco” era il grido. Un invito alla coscienza, insomma, alla responsabilità di cittadini non solo italiani, ma europei. Una maglietta rossa, segno visibile di una umanità che si contrappone con forza all’odio e all’ignoranza.

Simona Pace

2 Commenti su "Una maglietta rossa anche in Valle Peligna"

  1. Ricordiamo anche l’operazione Papavero

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